L’Autorità che si inghiotte i porti: una montagna di carta vi seppellirà

UNA NUOVA MONTAGNA DI CARTA e di sprechi sta per affogare la riforma dei porti, che in realtà pochi vogliono perché è molto più conveniente continuare a farsi gli affari propri. Sta per nascere l’Autorità dei trasporti, l’ente di regolazione che controllerà anche le 23 Autorità portuali italiane, che a loro volta dovrebbero vigilare sullo sviluppo e la crescita delle banchine, assicurando regolazione del mercato e trasparenza. È la sublimazione della burocrazia che azzera qualsiasi tentativo riformista, una scelta paradossale e grottesca che però piace molto all’Unione europea, che invita l’Italia a darsi una mossa. Il nuovo carrozzone va a braccetto con l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, di cui si ignorava perfino l’esistenza: 300 tra dirigenti e funzionari, busta paga in molti casi da 200 mila ero l’anno e fari spenti sulle nefandezze che alimentano le cronache quotidiane.

Costituire l’Autorità dei trasporti significa anche ammettere un fallimento: le Authority dei porti non garantiscono, come pretende la Commissione europea, le regole di un mercato ispirato alla concorrenza, all’efficienza e capace di premiare gli investimenti privati. Tanto varrebbe, allora, tagliare la testa al toro e chiuderle tutte. Ma così come sono messe le cose oggi, l’Autorità dei trasporti è un’inutile tassa aggiuntiva sulla merce. Non solo. Il nuovo ente è subito appesantito dal fardello di un assurdo pendolarismo dei suoi dipendenti, che avranno casa e sede a Torino ma saranno costretti ad un necessario confronto quotidiano con i ministeri e la burocrazia della Capitale. Il premier Renzi dichiara di voler abolire qualche migliaio di enti inutili. Forse non sarebbe male se cominciasse a non crearne di nuovi.


Il fatto è che il ministero dei Trasporti e le stesse Authority portuali non sembrano comprendere l’urgenza di intervenire con atti di buona amministrazione in settori cruciali come quelli fiscale, ambientale e della sicurezza, per una effettiva riduzione dei costi complessivi dello shipping. Al contrario, si assiste a continui tentativi di aumentare i livelli burocratici e le spese per le imprese nei segmenti più disparati, dalla security alla safety nei porti. In una materia così delicata, non ha senso che più enti e ministeri si ritaglino nuovi spazi con duplicazione di autorità, complessità gestionali e costi aggiuntivi. Ma queste iniziative non richieste e non necessarie sono all’ordine del giorno, con il conseguente aggravio degli oneri per le imprese.

Il nostro mercato è sicuramente aperto, competitivo e trasparente, come è normale che sia all’interno dell’Unione europea. Ma, a differenza degli altri Paesi che tendono a semplificare il rapporto con la Pubblica Amministrazione, le regole dell’Italia portuale sono le stratificazioni e i conflitti di competenze, con un continuo aggravio dei costi e benefici solo per i consulenti legali. L’attesa della riforma portuale è ormai un alibi. Sarebbe utile intanto risolvere problemi concreti, semplificare le procedure e i controlli sulle merci, realizzare gli sportelli unici a partire da quello doganale, evitare improprie concorrenze tra terminalisti applicando in modo corretto le direttive ministeriali in tema di Ici e di Imu. E coordinare effettivamente tutte le amministrazioni pubbliche che hanno competenze nell’ambito dei porti. Interventi sensati, che però non generano pubblicità, portano pochi voti. E allora parliamo di massimi sistemi, senza conoscere quante merci che transitano nei nostri porti provengono o sono destinate agli interporti e ai centri più accreditati, senza calcolare quanta economia ed efficienza in più si otterrebbe creando le fantomatiche Autorità di distretto portuale-logistico, frutto delle “intuizioni” del ministro Lupi. Non sarebbe meglio cominciare sopprimendo un’Autorità dei trasporti che genera solo sovrapposizione di competenze e nuovi costi per le imprese?

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PS. Un doveroso pensiero di deferente e umana comprensione al dotto amico compagno Avv. Prof. Presidente Giuliano Gallanti, che nella vita ne ha viste e visti tante e di tutti i colori, ma non aveva messo in conto di doversi confrontare anche con un discepolo di Beppe Grillo… Il quale, nella più benevola delle ipotesi, esordirà con un: “Gallanti chi?”. Ed è probabile che questa sarà la battuta più allegra di Filippo Nogarin, il nuovo sindaco di Livorno. Che al netto degli slogan e della solita tiritera mandata a memoria, mi sembra imbarazzante per pochezza conoscitiva e programmatica. So di deludere gli amici della ciurma che stravedono per i 5 Stelle, ma penso davvero che sarà l’ennesima occasione bruciata.

Eppure adesso che hanno in mano i futuri destini di una nobile ancorché decaduta città portuale, potrebbero giocare un ruolo incisivo o dirompente nella stesura delle legge di riforma o imprimere svolte al sistema nel segno della sburocratizzazione, del libero mercato, della produzione. Lo faranno? Dubito, ovviamente. Ma vi suggerisco di aiutarli… Nogarin ha già annunciato che farà un bando su internet per cercare i suoi assessori, chi vuol farlo si candidi e mandi un curriculum!

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