Porti, l’albero della cuccagna per il clan dei riformisti di periferia

UN PRIMO OBIETTIVO l’hanno raggiunto agevolmente: lasciare le cose come stanno, continuare a lucrare sulle rendite di posizione, gli interessi personali, le presidenze, le prebende, i commissari, gli affari e il controllo delle periferie portuali. Poi si vedrà. Questo passano il convento delle riforme e la cucina del potere del nuovo centrosinistra: un continuo bluff per mischiare la carte. Governo e maggioranza stavano per confermare i porti come riserva di caccia per la politica della conservazione, ritagliandosi un’agibilità di manovra addirittura impensabile con la vecchia legge 84/94. E consegnando alla sola discrezionalità del ministro la nomina dei presidenti delle Autorità portuali, per i quali sarebbe stato sufficiente aver ricoperto ruoli istituzionali o amministrativi. Splendido lasciapassare per piazzare uomini di partito.

Forse neppure i due maggiori sponsor del maquillage al ribasso (la vice di Renzi Debora Serracchiani e il senatore Marco Filippi), pensano davvero che basti dimezzare il numero delle Autorità portuali o ridurre il peso dei Comitati per scardinare gli interessi di apparato che ruotano intorno ai moli. Sembra quasi che il problema drammatico non sia adeguare il sistema portuale italiano alle regole del mercato mondiale, ma trovare – ad esempio – un’alchimia politica dorotea che consenta a Genova e Savona di dichiararsi come un unico porto, senza minimamente esserlo. Del resto, come fa Savona a camminare a cavallo di Assoporti e a perorare contemporaneamente la proposta di Burlando (una spa per i due scali) per salvarsi? Se Genova e Savona devono stare insieme perché solo così si pianifica meglio il futuro, si aumentano e razionalizzano i traffici, si accrescono occupazione e ricadute sul territorio, l’operazione si deve fare senza più sbandare. Per il bene comune. Ma se così non fosse, è inutile anche continuare a parlarne.


Debole e inconcludente, all’indomani dello stop imposto al suo decreto di riforma addirittura peggiorativo della legge 84/94, il ministro Lupi resta con il cerino in mano dopo aver avuto la partita in pugno. E adesso rischia il commissariamento da parte di Renzi: si parla di un provvedimento legislativo, in elaborazione nel mese di agosto… La farsa continua. In questo panorama grottesco, il minimo che Luigi Merlo potesse fare era sbattere la porta e ritirare l’Autorità portuale di Genova da Assoporti, l’associazione guidata da Pasqualino Monti di Civitavecchia, la cui sola missione sembra quella di mascherare i buchi neri dello shipping. Il Re è nudo. L’economia del Paese sta crollando, non si creano le premesse per recuperare lavoro e traffici, non si investe dove si dovrebbe e si dilapida altrove per esigenze di partito. Ci sono porti che vedono diminuire le navi, altri impegnati a realizzare opere inutili, altri ancora che girano il mondo per promuovere il nulla.

Se dopo il ritorno della Concordia è ormai certificato agli occhi del mondo che l’unico motivo di orgoglio e di valore per Genova è il porto, perché mai Palazzo San Giorgio non avrebbe dovuto rompere con un’associazione che conta più commissari che presidenti? E che tenacemente si aggrappa sotto traccia a una politica esattamente opposta a quella che dovrebbe salvaguardare presente e futuro dello shipping nazionale? C’è un porto che funziona, che tira, che si è conquistato la Concordia proprio contro Civitavecchia e Piombino e poi ci sono la maggior parte dei porti che arrancano, in mano a commissari incompetenti e a presidenti autoreferenziali. Almeno sulla carta, il quadro è ben delineato: Genova vuole una vera riforma e gli altri frenano, perché temono di perdere le loro briciole di potere.

Per una volta Genova ha avuto un sussulto di orgoglio, adesso coerentemente deve indicare la strada di una riforma vera, che dia un senso alla governance e un ruolo produttivo e logico a tutti i porti. Il problema non è certo legato al numero delle Authority, semmai all’integrazione di alcuni grandi porti nelle reti logistiche europee o a una legge speciale modellata per tre o quattro scali di reale interesse internazionale. Serve a tempo di record un’idea alternativa di sistema e anche di associazionismo rappresentativo dei porti e delle categorie imprenditoriali, capace di contrattare realmente e non di cercare compromessi con la politica. Tocca al governatore Burlando utilizzare il suo rapporto con Renzi, per fargli comprendere l’importanza di questo passaggio. Possiamo temere un autunno buio e senza speranza oppure l’avvio di una stagione scoppiettante, con una proposta coraggiosa del governo. In fondo, che cosa ci sarebbe di più renziano che la rottamazione di una portualità finita?

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