Cara Pilotina ti scrivo… “Il porto brucia!”

SE SONO stati necessari due anni buoni per consentire a una multinazionale come Psa di Singapore di investire decine di milioni nel porto di Genova, vuol dire che il meccanismo politico-amministrativo è guasto, malato. Che la pochezza è indicibile. E non c’è più la capacità di alzare lo sguardo un po’ oltre la quotidianità e di pensare alla politica come leva per promuovere e guidare le trasformazioni economiche e sociali di cui la città ha bisogno. Se si spacciano come interventi positivi i lavori per realizzare nuovi terminal che, in assenza di infrastrutture, si divideranno domani gli stessi traffici di oggi con un eccesso di offerta, si manifestano spiccate propensioni all’imbroglio. Se ai problemi del lavoro e dell’impresa si risponde con espedienti di distrazione di massa come la pseudo riforma delle Autorità portuali, significa che il tempo è scaduto, che sarà impresa quasi impossibile cancellare il piccolo cabotaggio, la trasversalità degli accordi, il consociativismo sociale e politico. Se ci si ostina a non investire sui traffici e su chi li porta, si conferma che il male è diffuso. Se la burocrazia volgare e cattiva della pubblica amministrazione punisce e strangola imprese e lavoro, vuol dire che i margini di recupero sono ridotti ai minimi termini.

Inevitabile che il fuoco si autoalimenti sotto la cenere del porto. Da una parte le enormi potenzialità di una miniera d’oro, monitorata costantemente dai più imponenti gruppi armatoriali del pianeta. Dall’altra l’apatia, l’inerzia, l’inadeguatezza a gestire con coraggio e anche spregiudicatezza le nuove sfide. Le lettere, di cui molte riservate, che piovono da qualche tempo sul nostro blog Pilotina trasformato in una sorta di Specchio dei Tempi, sono un fiume in piena di esasperazione e disperazione. E le previsioni non sembrano rassicuranti: sono ormai dirompenti i problemi che rischiano di esplodere sul fronte del lavoro portuale. La testimonianza di un nostro lettore, che nel porto di Genova opera e vive da anni come imprenditore, è emblematica del clima… Se abbiamo scritto al premier Renzi – ottenendo una replica non scritta ma gratificante – è altrettanto doveroso ospitare le voci della ciurma.


“Carozzi, non ho mai scritto ma vi ho sempre letto. Ora vorrei solo fare qualche considerazione dall’interno del porto sul lavoro portuale e le imprese terminaliste, che conosco direttamente. Rivolgo un appello e un allarme a chi su Pilotina discute di porto e di riforme, lo rivolgo alle istituzioni e ai rappresentanti del Comitato portuale: il governatore Burlando, il presidente Merlo, il sindaco Doria, l’assessore Paita candidata forte per la Regione, le Associazioni Confindustriali dei Terminal Operators, agenti marittimi, spedizionieri, le stesse organizzazioni sindacali. Attori spesso inconsapevoli perché non studiano a fondo i problemi dirompenti che stanno esplodendo sul fronte del lavoro portuale”.

Prosegue il nostro amico: “Bel risultato! Me la prenderò coi portuali e coi loro capi, ma anche con chi parla astrattamente di sviluppo e futuro e non ci mette mai la faccia. Intanto il bosco brucia! Per favore: chi ne è capace e ne ha il ruolo, anticipi ed eviti eventi letali per la comunità portuale e la città, ve ne saremo tutti grati”. Fra i molti temi sollevati nella sua lettera, il nostro lettore ne indica uno ad altissimo rischio. “Le Compagnie Culmv e Pietro Chiesa sono su un crinale scivoloso, se precipitano trasformano il porto nel fulcro di una vertenza sociale dura. Le Compagnie stanno soffrendo di problemi strutturali che non possono risolvere da sole, di tenuta economica, di una legge vecchia. E’ vero che nel 2013 il governo ha varato un sistema temporaneo di compensazione economica nei porti italiani, per le aziende che forniscono lavoro. Ma oggi ci sono difficoltà burocratiche nell’applicare le compensazioni economiche previste dal Decreto per il 2013, nei tempi stretti necessari di un bilancio passivo e di una liquidità finanziaria aziendale azzerata.

Non hanno più respiro per preparare una riorganizzazione del lavoro. La burocrazia e l’inerzia dei vari uffici di Palazzo San Giorgio, dei ministeri competenti, dei vari assessori, impediscono di applicare questa norma dettata dall’emergenza…”. Già. Emergenza riforme. Emergenza futuro. Emergenza infrastrutture. Emergenza stipendi, da quel che si capisce. E’ vero anche che la Culmv deve mantenere gli impegni presi da tempo. E cioè mettere a posto i suoi conti con una drastica riduzione dei costi. Come lo scorso anno, anche nel 2014 il rosso di bilancio sfiorerà i 4 milioni di euro, quasi il 10% del fatturato. Nessuna azienda al mondo può pensare di sopravvivere perdendo ogni anno una cifra pari al 10% di quanto produce. Ma che cosa se ne farebbe il mondo di un porto che torna a bruciare?

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