Un commissario al Ministero per restituire libertà ai porti

I parlamentari e gli amministratori liguri non vedono, non sentono, non parlano. Perché nella migliore delle ipotesi tengono famiglia. Nella peggiore, sono parte integrante o pedine delle varie propaggini che dal potere centrale si allungano verso le periferie, nell’intreccio tra affari e profitti di gruppo. Il consociativismo trasformato in omertà. Se al porto di Roma avessero assunto anche il bidello o il vescovo di Civitavecchia dopo il comandante dei vigili, l’ex commissario straordinario e vari funzionari dello Stato e della Capitaneria, l’evento sarebbe stato celebrato e archiviato sommessamente. Nel campo di rovine sotto scacco degli eserciti politici di occupazione, l’Autorità portuale di Civitavecchia non è altro che uno dei tanti strumenti simbolici del potere centrale che stravolge sistematicamente le regole e straccia disinvoltamente norme e buon senso per poter operare in un ambiente selvaggio. L’ignavia, la prudenza e le paure del futuro (il loro) sconsigliano ai Tullo, ai Merlo, ai Forcieri, ai Gallanti e ai Mariani di pretendere da Matteo Renzi l’unico intervento plausibile in difesa del lavoro, delle imprese e della genovesità internazionale dello shipping: il commissariamento del ministero dei Trasporti e del suo titolare, Maurizio Lupi.

Del resto niente accade per caso, sono troppi gli incroci pericolosi e le incognite sul futuro portuale di Genova e della Liguria. Vediamo. 1) Il bizzarro decreto legge sulla concorrenza elaborato al ministero dello Sviluppo, la bozza che cancella le Compagnie e introduce singolari liberalizzazioni, è concepito apposta per destabilizzare Genova. 2) La Consulta dei 15 personaggi scelti dal ministro Lupi per disegnare la riforma portuale è la sintesi dei peggiori conflitti di interesse. Al suo interno nessun esperto e studioso del settore né esponenti dei lavoratori e delle multinazionali, ma rappresentanti di un terminalista e di un armatore sì. Risultato? Una piega molto rinunciataria in termini di traffici, si parla di limitare le infrastrutture portuali e di corridoio. Un giorno o l’altro emergerà che secondo questa Consulta ministeriale Genova farà 4/5 milioni di container nel 2025: nessuna urgenza, dunque, per realizzare il Terzo valico al servizio dei porti e per investimenti massicci. 3) Renzi non ama Lupi e considera Genova conservatrice, consociativa e refrattaria all’innovazione. Per il premier l’unica soluzione è il commissariamento totale dei porti. Del resto chi oggi a Genova esprime davvero innovazione, coraggio, visione e generosità?


4) Renzi non stravede neppure per la sua vice al Pd e responsabile dei trasporti, la governatrice del Friuli Debora Serracchiani: che però pesa politicamente più di tutti i liguri messi insieme. 5) Nessuna pressione sull’Ue perché con il piano Junker vengano premiati i porti virtuosi. Questo è lo scenario. Che continua a non prevedere certezze per le imprese serie che portano traffici e lavoro. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Dopo aver insediato al Pireo anziché a Genova e Napoli i suoi nuovi uffici tecnici, Msc sta trasferendo da Piano di Sorrento a Londra e Malta buona parte del management italiano. Costa Crociere dirotterà da Genova in Germania un nutrito gruppo di funzionari specializzati. Pesanti processi di riconversione coinvolgono altre compagnie e altre flotte. Il mondo imprenditoriale italiano si sta svuotando. A Roma e sotto la Lanterna trionfano le regole del silenzio, mentre il Paese perde capitali, know how, manager e tecnici. Bruciando decenni di formazione, selezione e preparazione e riducendo ancora i margini di competitività. Ma non solo. Il sistema Paese, oltre a non incassare più le imposte e l’indotto garantiti dalle aziende, con l’espatrio perde anche le imposte dirette e l’indotto creati da manager e tecnici ben remunerati. E’ una catena infinita di danni, di cui i politici che ci parlano tutti i giorni di bilanci dovrebbero preoccuparsi. Prima di abdicare.

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