Una, nessuna centomila: la riforma in cerca d’autore

Eccoli i nostri imperturbabili eroi che ritornano per un caffè da Renzi e per giocarsi i porti a poker dopo aver svenduto e annichilito Genova. I soliti: una classe dirigente egoista, miope e incapace che oggi ingaggia e spedisce i consulenti a trattare perché non è più in grado nemmeno di pensare. Nuovo realismo o empirismo esistenziale accompagnato da libero arbitrio: mentono, ingannano e imbrogliano mandando in frantumi qualsiasi tentativo di rapporto sociale basato sulla fiducia. Quello che non ci raccontano è che Matteo Renzi non vuole puntare 6 miliardi sul Terzo valico. E’ giustificato un impegno così pesante, si chiede, se Genova nel 2030 movimenterà 4 o 5 milioni di container? Il premier, poi, non capisce perché si debbano schierare così tanti porti, presidenti e amministrazioni per gestire un traffico nazionale che è la metà di quello di Rotterdam.

Quello che non ci dicono è che se disponesse di uno o due miliardi cash, il capo del governo non li investirebbe in una nuova diga a Genova ma li spenderebbe (forse) per far pagare meno tasse alle imprese realmente competitive. Così crollano i porti di cartapesta, tra allegri e periodici giri di valzer che sanciscono l’incapacità della politica di spiegarsi e di incidere sulle scelte strategiche del governo. Se Renzi non sa e non conosce, come farà mai a scegliere per il bene comune? Il confronto sulla riforma del sistema portuale, della governance e della legge 84/94 è un alibi, un modo come un altro per rinviare e prendere tempo. La rivoluzione, del resto, non la vogliono le imprese, il cui unico obiettivo è evitare la concorrenza delle multinazionali. Incapaci di negoziare con il potere politico reale, condizionano però presidenti di Authority e commissioni parlamentari.


Sono contrarie ad ogni forma di liberalizzazione, all’apertura dei mercati nei sevizi tecnico nautici, pretendono una proroga delle concessioni (o un indennizzo alla scadenza), sostengono un regime a forte controllo dello Stato per proteggere la loro rendita di posizione. Non investono sul lavoro, attingono a risorse esterne nella massima misura possibile, salvo poi rifiutare di sostenere i bilanci delle Compagnie portuali. Le Compagnie e il lavoro. Storicamente contrarie a forme di liberalizzazione, si oppongono all’apertura del mercato, sovente d’intesa con i loro clienti/padroni. Le proposte riformiste avanzate dalla Culmv di Genova non incidono, vengono congelate e cloroformizzate. Non esiste nella controparte alcuna intenzione di provare una strada nuova. La politica è generalmente di basso profilo, tendenzialmente asservita alle imprese e da esse direttamente o indirettamente sostenuta. Da una parte la politica usa le imprese, ma dall’altra viene usata per tutelare posizioni di mercato, concessioni con gare fasulle, servizi di interesse generale. La politica è a caccia di posizioni e poltrone: la chiusura del Senato impone occupazioni alternative.

Chiudere le Autorità portuali o decapitarne la metà, per questa gente è un grave danno. I grandi operatori non investono senza garanzie. Aponte e Maersk continueranno a scalare i porti italiani, ma in assenza di precisi strumenti di promozione e di incentivi non assumeranno ruoli e impegni presi nel Nord Europa. Il ministro Lupi? E’ debole. Si rende conto che senza Pd non va da nessuna parte, ma alla fine annaspa anche mostrandosi arrendevole con la Serracchiani. L’unica è andare da Renzi per farsi sostenere. La scelta dei saggi è stata ridicola: personaggi generalmente inadeguati, tesi più a conservare che a innovare. Evaporati in nome dell’accordo con il Capo, che non ha mai gradito il metodo scelto da Lupi. E poi c’è l’Europa, naturalmente. E per la politica la farsa rischia di trasformarsi in tragedia. Ma come, avvertono da Bruxelles, avete una decina di porti continentali che tutti insieme non fanno Amburgo. Metteteli in rete con i valichi, fateli gestire ad un solo ente. Pianificazione centralizzata e un solo porto. Ce n’è abbastanza per far gelare le vene ai polsi…

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