Genova, Merlo deve fare penitenza e restare presidente

Attacco al ruolo e all’occupazione dei portuali delle Compagnie, liberalizzazione selvaggia, opere incompiute e altre da avviare, privatizzazioni da chiudere, soprattutto credibilità politica da riconquistare per convincere l’insensibile Matteo Renzi e suggerire al suo governo un vero piano di sviluppo per il sistema portuale nazionale. Ci sono molte buone ragioni perché Luigi Merlo non si dimetta da presidente dell’Autorità portuale di Genova anche se la moglie Raffaella Paita venisse eletta governatrice della Liguria. Merlo convive con un ben mascherato conflitto di interessi da quando la consorte guida l’assessorato regionale ai Trasporti, andarsene oggi non avrebbe senso. Sarebbe questa, semmai, la stagione per tentare una sfida più ambiziosa anche se ad alto rischio personale: chiudere il cerchio della pianificazione scritta sulla carta, spezzare la catena dell’immobilismo e degli annunci che ha caratterizzato spesso i suoi sette anni di mandato. Consegnare il porto di Genova a un commissario imposto da Roma è una follia. Metterlo in sicurezza una nuova opportunità.

Merlo deve fare penitenza, pagare pegno, non può scappare: semmai compensare con un sacrificio (ben remunerato) la fastidiosa visibilità autoreferenziale che insegue ovunque, da qualche tempo anche su Facebook. Perché i conti non tornano, è uno stillicidio, ogni giorno affiorano insidie vecchie e nuove per il primo porto d’Italia, come se l’obiettivo fosse di sminuirne il ruolo e svuotarlo di contenuti. Il Piano della Logistica rilancia il lavoro interinale e ripropone l’annientamento delle Compagnie e l’abolizione dell’articolo 17 della legge 84/94. Mentre Confindustria tenta l’assalto ai porti sponsorizzando nei ministeri che contano le ambizioni di una multinazionale come ManpowerGroup e di Adecco, l’agenzia per il lavoro leader in Italia. Entrambe vorrebbero espandersi, sostituirsi ai portuali adattando il jobs act alle banchine. Non Palazzo San Giorgio ma il sistema-Monti applicato a Civitavecchia (bizzarra autonomia decisionale senza regole) sembra essere il punto di riferimento politico del governo. Che non esita a confermare il finanziamento di 250 milioni per la costruzione di una piattaforma logistica a Taranto, assolutamente inutile visto che in quel terminal non attracca più nessuna nave e l’unico cliente – Evergreen – si è trasferito a Bari.

Le indiscrezioni che rimbalzano da Palazzo Chigi non sono esattamente quelle che emergono dalle cronache compiacenti: raccontano di forti perplessità sul Terzo valico e di una visione distorta della valenza e le potenzialità di Genova. Impiegare l’ultimo anno di mandato a disposizione per invertire radicalmente la tendenza al ribasso, farebbe probabilmente guadagnare credibilità a Palazzo San Giorgio. Questa, per Merlo, sarebbe la vera operazione-immagine. Genova non può più essere rappresentata a Roma come l’espressione di un modello di sviluppo insostenibile. Come il simbolo stesso dell’immobilismo e della conservazione. Se Merlo resta, può smentire con i fatti la teoria di chi sostiene che la specialità della ditta è lo scarico di responsabilità. Ci sono da costruire 500 metri di binario per raddoppiare la capacità ferroviaria del terminal container di Prà-Voltri? Non si può aspettare il 2018, in meno tempo si costruisce un porto. Le acciaierie di Cornigliano non devono più essere dipinte come il monumento allo spreco delle aree più pregiate del porto. L’aeroporto Cristoforo Colombo e Calata Bettolo non possono essere consegnati ai manuali di psicopatologia portuale. Non solo Genova, naturalmente.

L’affare Incalza-Lupi, le singolari scelte governative ribadite dai finanziamenti pubblici e il protezionismo di modelli portuali come quello di Civitavecchia, confermano storie ancora più inquietanti in materia di potere e controllo sociale: la saldatura sistemica tra oligarchie politiche, tecnostrutture burocratiche e affari-finanza. Questa casta ha preso in ostaggio i porti. Occorrerebbe subito una riforma vera, del ministero e delle Autorità portuali. Merlo può decidere di non sprecare l’anno che gli resta.

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