Il porto di Genova: un paese di finti santi, di ribaldi e frenatori

II segno più evidente dell’avvilente stagione che ci soffoca, ce lo forniscono la mediocrità e la pochezza dei protagonisti. Ad ogni livello è devastante la mancanza di professionalità, di dignità, di etica pubblica, di coraggio, di indipendenza. La spregiudicatezza dei comportamenti privati è accompagnata dal perbenismo pubblico di facciata. Mai un sussulto d’orgoglio, in questo continuo intreccio di partite doppie sottobanco, dare e avere, imbarazzanti incroci di centomila possibilità di nuovi consociativismi esasperati. La retorica del nulla. Genoa style, tutto ciò che fa tendenza: come la scelta consapevole di non rinnovarsi e mondarsi, blindando Paolo Odone per la quarta volta consecutiva sulla poltrona dorata della Camera di Commercio. O di litigare, come fanno Lega e Forza Italia nelle loro contrattazioni al ribasso, sulle candidature di Canavese e Biasotti – due che quando si è trattato di minare il porto non ci hanno fatto mancare niente - quali successori di Merlo a Palazzo San Giorgio. Alzare l’asticella in una città che ignora anche il decoro? Manco per sogno.

E’ ben vero che se esiste qualche accordo non scritto tra i concessionari del porto storico, su cui primeggiano le ambizioni del gruppo Gavio, per privilegiare Vado come approdo per grandi portacontainer, consentendo più favorevoli spartizioni su traffici minori, il piano è destinato a saltare. A Voltri, tra pochi mesi, arriveranno le prime quattro gru per navi da 18.000/21.000 teu. Tra meno di un anno, le gru operative di questa capacità saranno otto. E con questo investimento, il porto di Genova sarà il più attrezzato nel Mediterraneo Ocidentale, in grado di lavorare contemporaneamente su due navi lunghe 400 metri. Del resto, per quanto ancora proseguirà questa commedia degli equivoci? Per il traffico container, l’approdo è quello di Prà-Voltri, il porto storico è un’appendice. Per Prà-Voltri non c’è bisogno di costruire nuove dighe, bastano pochi aggiustamenti come il secondo binario (500 metri) che le amministrazioni pubbliche non riescono a realizzare. E questo è certamente uno scandalo di cui la gestione Merlo – D’Aste all’Authority dovrebbe rendere conto.


In attesa che il governatore Giovanni Toti segnali credibilità e consistenza politica trasformando in rinnovamento concreto l’alleanza con Lombardia, Piemonte e Svizzera per connettere il porto con la Bassa Germania, mi sembra importante insistere su una visione pragmatica di futuro. Vi propongo una sintesi di riflessioni tra il direttore del Secolo XIX, l’amico Alessandro Cassinis, e il sottoscritto. L’idea di Cassinis è che si fanno passi avanti solo puntando su progetti concreti, facili da realizzare e con tempi certi di cantiere. Come per le Colombiane e il G8: Genova è cresciuta malgrado tutti i pasticci e le tangenti del 1992, le botte e il morto del 2001. Oggi non ci sono più quegli investimenti e quindi non si possono immaginare interventi faraonici. Abbiamo solo un progetto già pronto, che costa poco e si può realizzare in cinque anni: il Disegno Blu di Piano. Cominciamo a fare questo, una parte importante della città crescerà in parallelo, Genova cambierà aspetto, attirerà anche aziende, ricercatori, residenti. In piccolo, avremo un effetto Expo: tutti dicono che Milano è diventata più bella e più vivibile, perché l’Expo ha generato opere di grandissimo impatto nel cuore della città. Con piazza Gae Aulenti e i nuovi grattacieli, ora Milano ha un’immagine da metropoli internazionale che attira investimenti.

Su un altro punto concordo con Cassinis. Il problema è che nemmeno un progetto semplice come il Blue Print riesce a mettere d’accordo tutti e genera complotti e malumori. Ma le città vivono perché si trasformano. Una città che resta sempre identica a se stessa non ha futuro. Toti ci faccia capire che è in grado di fornirci una prospettiva. Dica ai sindaci di aprire ai privati, perché siamo ancora al punto che chi investe non può pensare di ricavare profitto, lecitamente e senza scorciatoie. Con che cosa pensiamo di attirare gli arabi, i cinesi, gli indiani? Con i cuculli e il Carillon? Anziché ad Arcore e dintorni, Toti vada a Rotterdam, a Basilea, a Mosca, ad Amburgo, a Pechino e a Shangai per proporre business, contattare aziende, vendere il porto e questa regione. Senza intermediari.

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