Per il porto con le stellette ultima tappa alla Guardia

Picchetto d’onore schierato in alta uniforme sulla tolda di Pilotina per il benvenuto all’ammiraglio Giovanni Pettorino, commissario dell’Authority di Genova. E finisce qui. Perché il solo immaginare il primo porto italiano con le stellette è un non senso storico, una bestemmia in termini economici e sociali. Il simbolo dell’ennesimo fallimento dei politicanti di Roma e dei loro ineffabili sodali genovesi, dal signor Toti alla signora Paita passando per il prof. Amleto Mestizia. Incapaci di convergere su una candidatura comune e innovativa, forte, credibile e inattaccabile. Farsi militarizzare e perdere la propria sovranità manageriale, equivale ad una figuraccia planetaria sui mercati globali dello shipping. Qualcosa del genere sarebbe inconcepibile e incompatibile tanto a Rotterdam quanto a Singapore, a Shanghai come ad Anversa e Los Angeles. Rispetto, naturalmente, per l’ammiraglio Pettorino, che aveva già le sue gatte da pelare in abbondanza per garantire la sicurezza del porto e dei traffici. Pettorino obbedisce ad un comando, ovvio che ne avrebbe fatto volentieri a meno. Ma l’ammiraglio non è il Marko Ramius di “Caccia a Ottobre Rosso”… è un tecnico-burocrate che non pensa neppure lontanamente di spostare un ago nel pagliaio delle banchine. L’immobilismo come valore dell’apparato: una dichiarazione esplicita di sudditanza rispetto ai concorrenti sempre più feroci e aggressivi sui mercati.

Pari e patta, dunque, tra la Genova degli “aumma aumma” e il porto dalle planetarie ambizioni di rivincita.
La scontata nomina a commissario dell’ammiraglio Pettorino sancisce l’indecisionismo ministeriale e conferma la disfatta della buona politica. Non trovano sbocchi apparenti i gruppi consociativi che respingono le regole del diritto e chiedono protezioni di mercato contro le alleanze internazionali, ma il governo non concede credito neppure alla visione radicalmente riformista e manageriale dell’economia portuale. L’immagine del primo porto italiano consegnato alle cure di un militare è un boomerang che rimbalzerà in lungo e in largo sulle maggiori piazze dello shipping. A questo si è arrivati non solo per l’incomunicabilità tra il ministro Delrio e il premier Renzi e per l’impraticabilità di un inconsistente progetto di riforma legislativa. Le responsabilità della politica locale sono clamorose.


Dopo un fuoco estivo che ha prodotto grandi annunci, il governatore Toti non incide, è inconsistente, è rientrato nella logica del suo partito e non riesce a interagire con Torino e Milano accordandosi per una strategia comune. La Lega strizza l’occhio alle imprese esattamente come il vecchio Pd, ma con minore autorità e consistenza. E lo stesso Pd resta diviso tra presunti innovatori (cambiamento nel segno della qualità a prescindere dal colore politico) e i conservatori, secondo i quali è indispensabile la gestione diretta del potere. Sullo sfondo, del resto, ci sono le elezioni comunali. C’è chi dice che per vincere Tursi occorre mostrare che le cose cambiano (Ermini, Toti, Pinotti) e chi sostiene che servono soprattutto consensi, anche delle imprese (Lega, Burlando). Visioni trasversali. Questa è una politica cui poco importa fare cose, cambiare atteggiamenti, costruire soluzioni. Questi puntano a battere Grillo con strumenti vecchi: non cambiando, ma fidelizzando e blandendo. E intanto il porto è terreno di scorribande.

Genova è comunque in buona compagnia. L’immobilismo della politica ha comportato il fallimento del porto di Napoli, da anni gestito sempre peggio da commissari di tutti i generi, ammiragli in pensione neppure in grado di far pagare le concessioni a operatori che ovunque non potrebbero lavorare. A Taranto il porto è sostanzialmente chiuso e senza alcuna reale prospettiva, ma il governo finanzia una inutile “piastra logistica” da oltre 200 milioni. La parola d’ordine è commissariamento. E dove non si può, come nel caso di Ravenna, il ministro Delrio s’inventa l’escamotage di una “cabina di regia” per sbloccare il piano di sviluppo e individuare soluzioni che sono già ben conosciute da anni. Anche perché, poco più a nord, l’attivissimo Paolo Costa continua a proporre il suo improbabile terminal offshore al largo di Venezia. Mentre la governatrice Debora Serracchiani riesuma il progetto di un terminal container a Monfalcone, naufragato solo pochi anni fa. E intanto la lobby meridionalista che fa capo a Delrio guarda a Tunisi e non a Monaco. Un delirio.

L’ultimo ammiraglio spedito da Roma a mettere la mani su Palazzo San Giorgio e le briglie alla Culmv, il compianto Giuseppe Francese, venne inchiodato da Paride Batini con un significativo benvenuto: “Ne ho visti tanti, passerà anche lei!”. E quello era il porto delle grandi trasformazioni sociali, della modernizzazione legislativa, del “libri blu” di D’Alessandro e delle privatizzazioni. La stagione che incombe è invece buia, sconcertante, senza sbocchi apparenti. Governo impalpabile, politica inconcludente, prevalenza dell’affarismo sulla pianificazione. E sul tavolo del valoroso ammiraglio Pettorino, problemi da far gelare le vene ai polsi. Due su tutti: il rinnovo delle concessioni e i bilanci operativi ed economici del mondo del lavoro. In una situazione di normalità, il segretario generale dell’Authority, D’Aste, potrebbe ritrovare identità e orgoglio e rivelarsi il motore propulsivo di un ente che da troppi anni andrebbe rivoltato come un calzino. Ma qui di normale ormai non c’è più niente. L’ultima tappa è al Santuario della Madonna della Guardia.

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