I boss di Piedigrotta nuovi Re Magi nel presepe del porto

Due titoli di Pilotina distanti dodici mesi raccontano il niente della politica e fotografano il degrado perpetuato da governi e confraternite. Dalla “Dinamite sotto l’albero di Natale” del 2014 - quando ci riferivamo ai drammatici problemi del lavoro - ai “Boss di Piedigrotta” che imperversano quest’anno nel presepe del porto, impunibili e impuniti dissacratori delle regole della buona gestione di un sistema economico. La differenza tra un Natale e l’altro la fanno solo il conformismo dilagante, i cortigiani della restaurazione, il giornalismo unico e prono che va tanto di moda quest’anno, i ragazzetti e le ragazzette di partito che avanzano a suon di gomitate senza remore.

Con una pretesa sfacciata di modernità. Forse confusa con il look. La riorganizzazione del lavoro proposta dalle Compagnie di Genova e Savona sul finire del 2014 è evaporata, non se ne sa più niente.

È un mondo sotto assedio, quello della manodopera specializzata e flessibile, fa gola alle agenzie del lavoro, italiane e multinazionali. Obiettivo fallito, quello di agganciare il porto di Genova al sistema operativo del Nord Europa, svincolandolo dalle gabbie della contrattazione locale. Perché il marchio di fabbrica impresso dallo Stato sul primo porto d’Italia è il modello-Napoli: ammiragli che vanno e vengono, nessuna guida in grado di pianificare traffici e lavoro, imprenditori avvoltoi pronti a spartirsi il bottino, far west sociale e poche certezze.

Il brand è invece la riproposizione della mitica “Genova da bere” di trent’anni fa, quando si scambiavano come figurine giornali e antiche società di calcio, segreterie di partito, poltrone e appannaggi nelle aziende Iri. Tutti con i piedi nel piatto… Adesso il ruolo di mediatore d’affari se l’è ritagliato il governatore Toti.

Nel format con cui i governi di Berlusconi e Renzi hanno affossato i porti e inchiodato Genova, c’è anche un ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, che continua a pedalare travestito da becchino, incitato da politici e consulenti di modesta cultura e mastodontiche ambizioni. Gli hanno scritto una riforma inconcludente che non taglia il numero delle Authority, non risolve i problemi di competitività ed efficienza e moltiplica solo le spese della governance per sistemare gente di partito che altrimenti resterebbe senza lavoro. Bocciata dalla Consulta, la proposta di legge viene impallinata da chi la esaltava fino a un minuto prima.

A cominciare da Pasqualino Monti, il presidente di Assoporti che dopo le pesanti accuse della Corte dei Conti alla sua gestione del porto di Civitavecchia, in qualsiasi parte del mondo sarebbe già stato dimissionato. Perfino il suo stipendio non era conforme alle indicazioni della legge. Ma non accadrà niente, in Italia anche gli ammiragli si adeguano alla straripante confusione omologata.

Perché Delrio non chiarisce e non molla, ne fa una questione di prestigio, concentra la sua personalissima campagna promozionale nel Sud dove investe su porti falliti e sproloquia di improbabili concentrazioni armatoriali su Gioia Tauro. Renzi tace, visibilmente contrariato ma distaccato: di porti e shipping gli importa niente. Premono invece molte imprese, sostenendo la riforma che hanno in grande parte scritto loro con la collaborazione di un rampante collaboratore del ministro, Ivano Russo.

E si capisce: incasserebbero concessioni senza gara e norme che impediscono la concorrenza alle grandi multinazionali del mare. Sotto l’albero di Natale, la Regione manifesta la sua impotenza: Toti conta poco e non è pronto a giocare nessuna partita se non a parole. L’assessore Rixi insegue intese con piccole imprese locali coltivando il sogno di scalare Tursi. E il sindaco in carica conferma la sua inconsistenza, fingendo di sostenere il Blue Print per poi boicottare sistematicamente il porto, fino al punto di sottrarre ai camion l’area di sosta di Campi.

Nel presepe 2015, l’Italia e Genova esprimono una vocazione alla conservazione, al consociativismo, agli accordi sottobanco e al compromesso al di là dell’accettabile, che le generazioni precedenti non hanno saputo impedire. La vita è altrove. La Trans Pacific Partnership, l’accordo commerciale formalizzato lo scorso ottobre tra Stati Uniti e undici fra i principali Paesi affacciati sull’Oceano Pacifico, è destinato a spostare ancora di più il baricentro del mondo verso l’Asia.

In un periodo in cui il volume degli scambi soffre il rallentamento dell’economia cinese, il nuovo agreement favorirà lo sviluppo di un’immensa zona di libero scambio, con effetti a cascata su tutto il trade internazionale. Lo stendardo non sono dunque il regionalismo italiano o il protezionismo europeo o lo spreco di denaro pubblico per opere (Taranto e Augusta e pure Vado) che non porteranno sviluppo. Oggi i tempi della crescita sono dettati dai grandi accordi di libero scambio e di libera circolazione delle merci e delle persone che (altrove) stanno cambiando il mondo.

Un riordino delle Autorità portuali in questa stagione di crisi devastante significherebbe almeno cominciare a incidere sulla società intermedia, in un segmento fra i più corporativi e consociativi. Ma la politica, i burocrati, le imprese a caccia di concessioni e le organizzazioni sociali hanno un altro obiettivo: congelare traffici, organici e rendite. Perché tutto resti com’è.

Auguri, naturalmente. Buon Natale. Con la speranza che Pilotina non smarrisca la rotta…

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