La Quaresima del porto rapinato dell’anima e del cuore

Hanno copiato, frugato e saccheggiato i suoi segreti più preziosi, fino a riproporne su scala nazionale la sostanza e lo stile: la gestione di Pasqualino Monti a Civitavecchia è il nuovo paradigma della globalità marittima. Tanto è inconsistente e inutile la riforma del ministro Delrio, quanto è solida la leadership del riconfermato commissario del porto della Capitale, nonostante accuse e rilievi lunghi un chilometro mossi dalla Corte dei Conti. Non è Delrio ma Monti la parabola perfetta della nuova portualità trasversale e arcobaleno. Se la proposta del ministro è fumosa, non riordina, non seleziona, non risolve uno solo dei problemi legati al lavoro, allo sviluppo e agli investimenti che lacerano le banchine, il vuoto di potere sembra costruito apposta per congelare il sistema e favorire le scorribande del commissario Monti. Che si appresta a imporre una tassa di due euro per passeggero (crociere e traghetti) per l’intero 2016, con la scusa del lievitare dei costi necessari a garantire la sicurezza per il Giubileo. E si ritaglia pure un ruolo da docente al corso organizzato a Ortona sull’economia del mare e il valore della portualità.

Il sole della Lanterna si spegne in piazza De Ferrari, a Palazzo San Giorgio e in via Garibaldi. Dove la politica è stata sostituita da gemiti. Flosci, smunti, tirati fuori a fatica. Ha vinto quel che ha vinto: il sacro diritto a sgomitare. Non si tratta di cinismo, è la realtà del gioco. Per vincere è indispensabile vendere l’anima, una volta arrivati in cima non è consentito tenersela. È per questo che la lotta è altrove. Se non si riescono a ridurre i Comuni, a eliminare le Camere di commercio e le Fondazioni bancarie (la base del consociativismo) , se i poteri grandi e piccoli incidono come prima alla faccia dell’interesse pubblico e di obiettivi di politica dei trasporti, se gli operatori portuali e i politici pretendono “uno di loro”, meglio se di entrambi, se le Università perdono posizioni in ambito internazionale, se merito e talenti non sono mai premiati, proprio dalla portualità dovrebbe venire un segnale opposto? Ma dai… Tutti, indifferentemente, fanno carte false perché venga nominato presidente del porto l’amico, il socio d’affari, il consulente o l’avvocato, il maggiordomo o il politico di turno: non importa chi, purché mantenga lo status quo.


Sullo sfondo, c’è l’assalto a Genova, umiliante nella sua banalità. A Roma si sta radicando la convinzione che Genova non vuole essere competitiva come piattaforma portuale e logistica. E che la politica locale, l’economia, la società e le istituzioni non offrono alcun progetto, pubblico o privato, tale da comportare un cambiamento anche sotto il profilo degli investimenti stranieri in funzione della crescita. Non è casuale che i pochi soldi disponibili lo Stato li spenda nei falliti terminal del Sud. Ma c’è di più e di peggio. Il gattopardesco tentativo di contrabbandare la rivisitazione della governance dei porti come il Sacro Graal, fa il gioco dei burocrati del ministero delle Finanze: la vera minaccia, perché puntano allo smembramento del sistema. L’obiettivo di questa scuderia, che detesta i porti, è di impadronirsi delle consistenti tasse generate dai traffici e trasformare le Autorità portuali in enti pubblici a tutti gli effetti, al pari delle Sovrintendenze, dei Provveditorati e delle Capitanerie. Ingessati e privi di autonomia finanziaria e amministrativa. La polpetta avvelenata è il tentativo di applicare alle Authority le norme delle amministrazioni pubbliche, a partire dal decreto 165. Per far saltare il contratto di categoria e paralizzare ogni attività. Le azioni intimidatorie esercitate su Palazzo San Giorgio dai Revisori dei conti e dagli altri controllori sembrano coordinate da una regia che vuole bloccare investimenti, innovazione, alleanze.

Genova, naturalmente, ci mette tanto del suo. Già storicamente inadeguata, la struttura dell’Authority è oggi alla paralisi totale: inesistente, impalpabile, incapace di ogni decisione, pavida, priva di riferimenti, senza nessuno che ci metta la faccia e il cuore. Ma il porto con le stellette e il segretario generale con la gastrite da indecisionismo stanno bene a tutti. Non creano particolari turbamenti in Regione e in Comune, anzi… Il governatore Toti e il sindaco Amleto Mestizia non saranno costretti ad occuparsi di Blue Print e del nuovo piano regolatore portuale. Incertezza e vuoto di potere, inoltre, sono un’arma formidabile per condizionare prima le elezioni amministrative a Savona e poi a Genova e alla Spezia. Dove lo scontro è surreale. Il sindaco Federici, paitiano di ferro, rischia di non avere un futuro politico, dovrebbe tornare a fare l’impiegato dell’Arci. Sparando sul presidente dell’Authority Forcieri, conta di guadagnare riconoscenza tra i renziani-paitiani per altri incarichi e cerca di mettere fuori gioco un possibile contendente a uno di questi posti. Del resto, esiste un reale interesse territoriale per un progetto di crescita, al di là delle contrattazioni al ribasso sulle candidature alla presidenza del porto?

Se non c’è ancora alcun progetto strategico di utilizzo delle aree oggi occupate dall’Ilva, preziose in una logica portuale, vuol dire che si sta affermando la teoria del “piccolo è bello”. In aperta contrapposizione con la necessità di investimenti massicci – nell’ordine dei 15 miliardi - per migliorare il corridoio Genova, Milano, Loetschberg, Gottardo, Basilea, Monaco. Oltre agli accessi e alla diga. Per creare, insomma, un porto-corridoio efficiente e competitivo. Psa, DB, Trenitalia e Msc-Maersk sarebbero i partner strategici per gestire le infrastrutture e promuovere i traffici a fronte di un impegno forte del governo. Ma questa operazione ha un senso se gli stessi traffici cresceranno ragionevolmente di multipli e non del 20 o 30% in cinque anni. Avremmo bisogno di un rovesciamento di prospettiva, di spostare il centro della politica dentro la nostra vita reale. Ma le cose sono quasi sempre come appaiono, e finiscono quasi sempre come si prevede.

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