Prendi il porto e scappa: manuale per la felice decrescita

Nell’era dei pataccari, nell’universo postmoderno del kitsch, del trash, degli imbonitori e delle tre tavolette, del similscrittore e del similpolitico, il 17 marzo prossimo bisognerà trangugiarsi anche lo stile finta pelle di Tursi. Spettacolo bulgaro alimentato forse dai sensi di colpa. Una pena, una passerella dove tutti, a filastrocca, ringrazieranno per l’invito il sindaco di Genova Amleto Mestizia e l’assessore Emanuele Piazza, che amano tanto il nostro porto. Previsti inchini a chi dovrebbe restituire il voto ai suoi elettori da parte dell’ammiraglio Pettorino, seguito in ordine sparso da Enrico Musso, Umberto Masucci, Ignazio Messina, Gilberto Danesi, Alberto Amico, Antonio Benvenuti, Marco Bisagno, Gian Ezio Duci, Maurizio Fasce, Massimo Giacchetta, Paolo Odone, Franco Zuccarino e altri colleghi. Perché il salone di rappresentanza del Municipio si trasforma per mezza giornata nel luogo della creatività e della fantasia: il Comune ha scoperto il Porto, le sue ragioni, le sue esigenze, le sue tecniche, i suoi tempi e i suoi modi. E si chiede: che cosa possiamo fare per elaborare un nuovo futuro e una nuova utopia?

Non importa che da qualche altra parte nel mondo i riformisti con gli occhi a mandorla stiano già progettando di sostituire i portuali con i robot. E conta niente che in qualche fogna sia già stato deciso a tavolino di impallinare Genova e Palazzo San Giorgio, riducendo l’Autorità portuale a un semplice ufficio di rappresentanza senza arte né parte. L’antropologia istituzionale di Tursi detta i precetti del nuovo catechismo portuale: “Il porto di Genova è il motore dello sviluppo della città. Dobbiamo quindi presentare lo stato dell’arte e le prospettive e riflettere su come le istituzioni possono supportare la crescita…”. Supportare? Riflettere? Avviare un nuovo percorso di relazioni tra città e comunità portuale? Ma di che cosa stanno parlando? Che contrasto tra questi stoppini bagnati e i talenti dello shipping che appena qualche decennio fa mandavano figli e collaboratori all’asilo a Hong Kong e a farsi una laurea sulle banchine di Rotterdam. Sembra siano passati dei secoli dai Libri Blu di D’Alessandro. O da quando il Partito Comunista organizzava le lotte dei portuali nella roccaforte di Salita San Leonardo, un occhio all’eversione e l’altro agli accordi sottobanco con i padroni del vapore di destra e di sinistra. Perché alla resa dei conti la merce, i traffici, il lavoro, i salari e la pace sociale erano molto più attraenti delle pratiche rivoluzionarie.


C’è solo da tapparsi il naso. Il mondo ha indossato un’altra pelle ma Genova è fuori tempo massimo. E’ troppo tardi, le uscite non sono più percorribili. Impossibile cambiare il corso o le regole dello scontro finale che come posta in palio destina il futuro stesso della prima industria ligure. La guerra che si combatte nelle cantine del potere politico e imprenditoriale esplode con fragore ai piani nobili di Palazzo San Giorgio, si trasforma in furore irriguardoso e volgare. E’ cronaca freschissima. Da una parte l’indagine degli sceriffi del ministero delle Finanze sulla correttezza amministrativa dell’Autorità portuale, dall’altra i rilievi quotidiani e martellanti dei revisori dei conti, che arrivano a mettere in discussione anche la sopravvivenza dei portuali della Culmv, chiedendo ragione di contributi previsti dalla legge. In mezzo una classe dirigente politica e sociale sprovveduta, chiamata a saldare il conto delle proprie inadeguatezze. Il porto è un bosco di spine avvelenate, ma la partita vera si gioca a Roma e parte da lontano. Da quando Tremonti, ministro dell’Economia di Berlusconi, decide di depotenziare i porti come mossa strategica nella sua delirante crociata anti-Cina. Tremonti ammaestra una squadra di dirigenti ministeriali corruschi e ferrigni, che amano lo shipping come il fumo negli occhi, considerano le banchine alla stregua di un bancomat e fabbricano a ripetizione norme restrittive della libertà gestionale delle Autorità portuali. Altro che autonomia finanziaria. L’obiettivo è trasformare le Authority in uffici distaccati, ben controllati e svuotati di ogni potere amministrativo. In una cassaforte da cui attingere i miliardi di euro derivanti dalle tasse imposte alla merce e ai traffici. “Comandiamo noi, fatevi da parte”, intimano al ministero competente, quello dei Trasporti.

La mazzata finale l’assesta con genialità il governo Monti, inserendo le Autorità portuali tra gli enti pubblici. La legge dice il contrario, ma tanto basta per creare il corto circuito. Il rischio è di ritrovarsi tante belle Authority che producono ancor meno di oggi e chiudono i battenti alle 16. Non danno risposte. Rallentano le attività. Ignorano flessibilità ed efficienza. I dipendenti delle Autorità portuali italiane sono poco più di mille. Un dato risibile: dovrebbe essere facile come bere un bicchier d’acqua cancellare privilegi, eliminare le distorsioni e le anomalie, soprattutto omogeneizzare procedure, costi e stipendi tra lavoratori che fanno lo stesso mestiere. E in questo scontro finale il ministero dei Trasporti si gioca tutto: deve riprendere il comando dei porti che il ministero dell’Economia gli ha sottratto. Senza un giusto equilibrio tra efficienza e contenimento di spesa, sarà la fine. I discepoli di Tremonti penseranno di aver vinto, controllando anche le spese da 5 euro, ma ogni anno perderanno milioni di euro di gettito generato dai traffici a vantaggio degli altri Paesi europei che non a caso concedono piena autonomia ai loro porti. Sotto le tende dei professionisti della burocrazia non c’è posto per i cacciatori di poltrone. Potrebbero cominciare a capirlo i governatori e i sindaci che al banco dei pegni mercanteggiano un inesistente futuro.

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