Delrio sul lettino di Freud sacrifica il porto di Genova

Scopriranno i posteri perché Graziano Delrio, con totale disprezzo del senso del ridicolo e rischiando la reputazione, si sia avventurato in una partita a Monopoli persa in partenza, trasformando in farsa la riforma dei porti e riconsegnando il pallino in mano al peggio della politica trasversale italiana. Finora il ministro dei Trasporti non ha certo brillato per discontinuità rispetto ai predecessori. E pazienza. Ma Delrio neppure ha tentato di imporre ai porti la linea della trasparenza, della concorrenza, delle regole, del lavoro e dei traffici internazionali, interrompendo lo scempio. Ora lascia che a condurre le danze siano il suo super consulente Russo, la Debora Serracchiani governatrice del Friuli, il senatore Filippi di Livorno e i più agguerriti (e incompetenti) tra i governatori di destra e sinistra. Qual è il senso di questa scelta totalmente ripiegata sul Sud della penisola, con sosta in Toscana? Si capisce solo che rinviare e prendere tempo è il modo migliore per annacquare una rivoluzione rifiutata dalla politica e dalle imprese portuali. L’obiettivo comune è mantenere il potere sui territori, evitare liberalizzazioni e concorrenza, mantenere rendite di posizione, continuare a condizionare presidenti di Authority e commissioni parlamentari.

Il caso del porto di Genova - ostaggio di interessi di parte, delle paure, di nuovi baluardi innalzati per chiudersi dentro - è da manuale di psicoterapia intensiva. Si racconta nelle retrobotteghe dei partiti, ed è la verità, che tra centrodestra e buona parte del Pd è stato siglato un patto tra gentiluomini, per lasciare la presidenza di Palazzo San Giorgio sotto l’influenza del governatore Toti. Il cui candidato di bandiera resta il suo predecessore (prima dell’era Burlando), cioè Sandro Biasotti. Ma attenzione, parte della politica e degli operatori pensano a Biasotti come a un presidente da cerimonie. Solo formale. In quanto intendono affidare il timone a un uomo macchina che governerà l’ente rispondendo alle logiche del consociativismo degli anni Novanta.

Purtroppo per Genova, ogni giorno bruciato produce danni enormi. Un paio di settimane fa alcuni gruppi imprenditoriali di rilevanza internazionale contattano i top manager di Vte-Psa, mettendo sul tavolo la possibilità di un forte investimento privato su Genova - circa due miliardi di euro - che si dovrebbe tradurre nell’estensione a Ponente del terminal container, nell’accesso ferroviario e nella gronda. Il confronto si interrompe bruscamente pochi giorni dopo quando, annusata l’aria che tira in Regione, nel mondo politico locale e nel retrobottega degli affari, risulta evidente che mai il governatore Toti e colleghi sosterranno l’ampliamento del porto di Prà-Voltri. L’attenzione dei possibili investitori si sposta altrove: Renzi e il governatore della Toscana, Rossi, sono molto sensibili ai futuri destini della Darsena Europa. Il risultato è che si moltiplicano i pregiudizi che Genova paga dal giorno in cui due presidenti e un sindaco (Biasotti, Novi e Pericu) smontarono il piano regolatore portuale di Gallanti, già approvato. Il che, con l’apertura del Gottardo dietro l’angolo, allunga nuove ombre sul futuro del primo scalo italiano. Primo per modo di dire, perché tale non è considerato da Roma: sarà Bari, infatti, ad ospitare il 27 aprile prossimo la passerella di Delrio al primo Forum nazionale della portualità e della logistica, organizzato dal ministero dei Trasporti.

Due batoste nello spazio di pochi giorni, un colpo allo stomaco e uno schiaffo umiliante che avrebbero stordito un elefante. E invece niente, sotto la Lanterna i big si scambiano mentine. Come ai funerali, quando il corteo si sfilaccia e tutti si raccontano i fatti loro. Genova non è arpionata né ferita, né dolorante o infuriata. Altri sono i problemi. L’obiettivo di Giovanni Toti è il compromesso politico con la sua collega Debora Serracchiani, la spartizione consociativa delle presidenze delle nuove Autorità portuali. Come in un bazar levantino si avverte e si respira una gigantesca tensione. Nello scambio di figurine tenta di inserirsi anche il sindaco di Genova. Tengono banco e imperversano gli opportunismi spiccioli e i demagoghi di turno. Polverizzano il vecchio manuale Cencelli, trattano Genova alla stregua del porticciolo di Loano. Nell’impecorimento collettivo cresce il senso d’impotenza: nessuno si ribella alla svendita del porto, le regole dello scambio vengono date per scontate, quasi fossero previste dalla legge.

A nessuno passa per la testa di scrivere due righe di progetto, di individuare un percorso di crescita, di pianificare il futuro, di cercare uno bravo e magari adatto alla situazione di emergenza. La logica è continuare a farsi gli affari propri, non nominare la persona giusta per offrire una risposta di cambiamento, nel segno dei traffici, delle alleanze e del lavoro. Tutto si esaurisce negli interessi della politica. Un esercizio fallimentare, oltre che disonesto rispetto agli elettori.

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