Gottardo, tunnel senza luce né sbocchi per l’Italia dei porti

Il mappamondo smette di girare liberamente e a questo punto della storia l’asse di rotazione ci inchioda alla realtà. Genova è già esclusa dalle alleanze sancite intorno all’inaugurazione del tunnel ferroviario del San Gottardo, il più lungo del mondo, lo snodo chiave del corridoio europeo Reno-Alpi, la nuova porta spalancata sui mercati più ricchi e appetibili. E mentre in città il dibattito politico è centrato sul maxi schermo di De Ferrari, sul girovagare dei cinghiali in libera uscita e sull’indecente manutenzione, altrove si misurano i costi dei mancati investimenti nelle infrastrutture, delle inadeguatezze della politica e della conservazione imprenditoriale. Una sentenza per il primo porto nazionale, che solo sulla carta resta l’interfaccia di Rotterdam. Nessuno, ma proprio nessuno, menziona Genova. E’ Milano il vero terminal che metterà rapidamente in contatto il Nord con Monaco e Colonia, ovvero i territori più produttivi dell’Europa. Favorirà gli scambi. Sarà lo snodo intermodale per permettere lo spostamento delle merci dalla gomma al ferro. Significative, a questo proposito, sono le buone intenzioni manifestate ad esempio dal candidato sindaco del centro destra, Stefano Parisi, che intende far leva sulla nuova piattaforma logistica per aggregare su Milano investimenti produttivi. Garantiti da quello che si imporrà come uno dei terminal più grandi d’Europa per lo scambio delle merci.

Naturalmente le quote di traffico italiano favoriranno i porti del Nord Europa. Ma non solo. In ballo c’è anche la costituzione di una scuola internazionale sulle infrastrutture, cui daranno vita quattro Politecnici: quelli di Torino, di Milano, di Zurigo e Losanna. Oltre ai business legati direttamente allo shipping e alla logistica, dunque, si impone l’economia della conoscenza. I Paesi che vivono di traffici e che investono sulla ricerca sono i più competitivi sui mercati internazionali, hanno un più alto tasso di occupazione, salari in media più elevati e un mercato interno più forte. Genova e l’Italia sono oggi fuori da questi schemi e da questi giochi. Rientrarci costituirebbe l’unica alternativa al definitivo declino. Ma nel momento delle celebrazioni per la colossale opera svizzera, la certezza è che con la sua miopia la classe dirigente italiana non ha colto neppure il nesso fra ricerca scientifica e competitività economica. Del resto, senza forti investimenti (pubblici) nella ricerca, un Paese non sarà mai in grado di produrre beni ad alta tecnologia e servizi ad alto tasso di conoscenza.


Sono i prezzi salatissimi che l’Italia dello shipping paga all’approssimazione, all’ignoranza e alla menzogna come tecnica di governo nazionale e territoriale. Si sottovalutano o non si comprendono i problemi reali, nella presunzione di poter infinocchiare chicchessia. Del resto che cosa si può pretendere se a Roma Toti e Amleto Mestizia non se li fila più nessuno? Questo hanno voluto i poteri conservatori e ottusi della città e questo si ritrovano. Per lo scalo genovese, poi, si profila un’emarginazione umiliante per forma e contenuti. Che non sorprende ma indigna per le enormi potenzialità che l’economia portuale ligure può sprigionare. Nelle stesse ore in cui l’Europa degli affari e del commercio investe sul futuro, sotto la Lanterna trionfano immobilismo e decrescita. Uno scempio che lambisce in lungo e in largo le centrali del potere: dall’Autorità portuale sotto tutela militare, ricacciata in un passato di oscurantismo, al Comune e alla Regione, strutturalmente e geneticamente incapaci di trovare un filo comune, di individuare un progetto di sviluppo con cui contrapporsi alla clamorosa disattenzione dello Stato. Genova sconfitta dal peggio della politica, rassegnata a una presidenza del porto inetta e telecomandata dalle lobby locali? Si può ribaltare questa prospettiva guardando al Gottardo, ai traffici internazionali, al rispetto delle regole. Ma un segnale concreto lo può lanciare solo il premier Renzi. Se davvero crede nella nuova alleanza con la Svizzera per scardinare la marginalità del nostro sistema produttivo.

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