La renitenza civile fabbricata sui moli dei Frankenstein

Narcotizzati di fronte al dolore degli altri, passivi rispetto a quanto ci accade intorno: con quella poca cultura che ci portiamo addosso non sappiamo più discernere il bene dal male. Stesi nel torpore dell’inerzia, subiamo gli eventi come se non ci riguardassero. Al massimo reagiamo su comando alla commozione, quando è il caso. O all’indignazione quando non rovina il fegato. In un suo post, nella scorsa puntata di Pilotina, c’è stato chi come Observer ha messo al muro una fetta di giornalismo e di media in generale, accusandoli di complicità, servilismo e connivenza con i protagonisti del disastro dell’armamento napoletano, che hanno distrutto il lavoro di tre generazioni, con personaggi da operetta che continuano ad atteggiarsi da esperti. Non limiterei l’analisi al Sud. Il mondo dell’informazione cui appartengo ha questo di grottesco: s’allarma di continuo per il muro che separa l’Italia dei partiti e della politica dall’Italia dei cittadini, ma non si sforza quasi mai di vedere che cosa accade al di là del muro, nel Paese della gente normale. Talvolta, questo secondo Paese non è migliore del primo.

In una società che ha eletto a virtù il menefreghismo, il lasciar perdere e la renitenza civile, è certo più agevole tenere il sacco a politicanti e malfattori. Non funziona quasi più niente nell’Italia dei trasporti, della logistica e dello shipping. Il binario morto non è più una metafora ma una tragedia di cronaca quotidiana. Eppure le priorità non sono gli investimenti per lo sviluppo, le scelte, la pianificazione. La difesa del lavoro e della produzione. Gli interventi mirati per attrarre capitali. La priorità è la parodia di governance delle Autorità portuali, la priorità sono i mostri prodotti dai tanti Frankenstein del potere politico, para politico e finanziario. La disuguaglianza è realtà quotidiana (lavoro precario, disoccupazione, impossibilità di costruire una propria stabilità seppur minima, welfare sempre più scarno, qualità della vita peggiorata, assenza di prospettive) e porta con sé rabbia e frustrazione. Ma non esiste canale interpretativo, non c’è una sponda politica con al centro quel tema. Semmai ci sono lo sdoganamento dell’egoismo per un verso e del si-salvi-chi-può da un altro. E poi: c’è ancora qualcuno desideroso di farsi carico dei bisogni (e delle contraddizioni) del mondo del lavoro e delle imprese? Tra senso d’impotenza e di solitudine, si vedono dilagare gli opportunismi spiccioli e i demagoghi di turno che non sono che l’altra faccia dell’opportunismo, nel grande come nel piccolo. Porto e shipping sono come una nave alla deriva, manipolata ormai dai pirati dell’utilitarismo, dai manager e dai ben pensanti del nuovo potere e del nuovo pensiero neoliberale.


Se la politica a Genova è quasi sempre l’arte delle manovre al ribasso, il matrimonio fra decrescita e rendite di posizione si consuma tra passaggi di assoluto virtuosismo. Gli esempi di degenerazione si rincorrono ogni giorno. Al terminal di Voltri-Prà gestito da Psa di Singapore s’inventano alchimie d’ogni sorta pur di non installare quei 600 metri di nuovi binari che consentirebbero maggiore produttività e, forse, un primo timido aggancio al Gottardo. Binari da record, quelli di Voltri: i tempi di questa operazione, se mai sarà conclusa, saranno superiori a quelli della costruzione in Svizzera del tunnel più lungo del mondo, che già sta sottraendo traffici e ricchezza a Genova e al sistema ligure. In compenso riaffiorano attacchi populistici al primo approdo container del Mediterraneo e al nuovo piano regolatore portuale. Intanto i vertici dell’aeroporto lanciano una singolare campagna promozionale, aumentando le gabelle sulla merce in transito al Cristoforo Colombo. Non bisogna lamentarsi, raccomandava Renzi ai giovani imprenditori riuniti a Santa Margherita. Infatti. Tra il silenzio generale delle parti sociali, i partiti sono appagati dai contenuti della legge del ministro Delrio, che non riforma niente ma esalta i compromessi tra le seconde file della politica che controlla i territori e avrà parecchio da spartirsi in termini di nomine e poltrone.

In questo scenario non sorprende più l’incapacità o la scarsa propensione del governo a fornire risposte di cambiamento nel segno dei traffici, del lavoro e delle alleanze con le multinazionali del mare e della logistica. Tutto si esaurisce negli interessi personali o di gruppo. Campioni assoluti, del resto, sono i leader delle categorie dello shipping: non si contrappongono al governo, non indicano percorsi di crescita ma fanno volare pubblicamente gli stracci, come nel caso di Confitarma. Si tratta ora di stabilire chi, tra i guastatori professionisti, assesterà il colpo mortale alla prima industria ligure: il nuovo centrodestra, i profeti di Grillo o il nuovo centrosinistra? C’è un filo comune che attraversa l’affascinante potere di creazione nella distruzione. Certo, in questo contesto, tra le disuguaglianze e i dilemmi irrisolti, la sinistra ha capovolto la propria identità. Si è trasformata nella miglior garanzia dello status quo: perché quella maggioritaria ha sposato in pieno il modello economico che fomenta le contraddizioni e rallenta lo sviluppo, quindi da soluzione è diventata essa stessa parte del problema; e quella identitaria, rinchiusa nel velleitarismo, si è ridotta a fenomeno di politicismo fine a se stesso.

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