Burocrati: l’usato sicuro per i porti ai margini del mercato

I paduli volano bassi, in questa fine estate del 2016 che si consuma fra tristezze e rancori. Ma non per i burocrati, in battuta di caccia nel feudo dei porti. Sintesi perfetta dell’ammosciante concezione che l’Italia della politica, indistintamente, ha della libera economia. In tre mesi scompaiono Nol, Uasc e Hanjin, tre compagnie container fra le prime 15 del mondo. Altre sono destinate a saltare: dopo cinquant’anni di distorsioni del mercato e di aiuti di Stato, ci sono ancora troppi porti e troppi gruppi armatoriali. Le concentrazioni le impone il mercato, anche sulle banchine. Ovunque, tranne che in Italia, dove il Governo investe su porti inesistenti come Taranto o fuori mercato come Gioia Tauro, contrabbanda il taglio di tre Autorità portuali su venticinque come un successo e con la complicità dell’opposizione e di buona parte delle imprese consegna le chiavi del regno in mano agli elefanti della pubblica burocrazia. Il tutto in un’atmosfera che più cupa non si può: non esistono partecipazione e slanci emotivi, contrapposizioni sui valori, progetti ambiziosi e ideali da rilanciare.

Vai a raccontarglielo ai disoccupati di Hanjin, ai precari a vita delle banchine o agli operatori appesi al destino di un container e allo sbalzo di un nolo che le loro vite cambieranno grazie alla trasformazione delle Autorità portuali. Rispetto alla vita reale, cioè ai traffici, al lavoro e ai giganti che si sbriciolano sotto il peso dei debiti contratti con le banche, la riforma delle governance firmata da Delrio è impalpabile e il bando lanciato per la selezione dei futuri presidenti solo uno specchietto per le allodole. Con la più democristiana delle trovate, si pregano i propri servitori di comportarsi nel servizio da uomini liberi, si incita all’autonomia i soldati che verranno mandati a occupare i porti. Di cui si conoscono già nomi, cognomi e pedigree. Certo, in un mondo normale le Authority di sistema dovrebbero essere determinanti per la pianificazione e le scelte. Ma saranno sempre i privati ad investire e a creare occupazione, diretta e indiretta. E tutto si ferma se la politica non fa il suo, cioè le infrastrutture. La politica deviata è come l’uomo che morde il cane: pericolosa, rilevante per i mezzi distruttivi che adopera, carica di conseguenze negative.


Non è la riforma che può rilanciare i traffici. Sono i progetti infrastrutturali e le alleanze internazionali con i grandi gruppi della logistica e dello shipping. Non esiste un modello vincente da copiare. Finora né dal ministero di Delrio, né dai politici a Roma, né dalle amministrazioni e dalle imprese sono emersi progetti seri e di prospettiva per la Liguria dei porti. Vado è oggettivamente un progetto piccolo e inutile (solo per arrivare a Cuneo bisogna adattare la rete ferroviaria che non è nemmeno ben elettrificata, oltre è ancora più difficile). Vte resta un potenziale grande terminal internazionale frenato nel salto di qualità. Il bacino di Sampierdarena è ottimo per le navi piccole e adatte a servire il Basso Piemonte e Milano. La nuova diga è un disegno sulla carta velina. Il Terzo Valico è una lumaca. Genova resta ancorata a una dimensione locale: il porto lavora, ma non produce nuova occupazione e business. La progettualità ligure non può essere rappresentata solo dalle richieste di proroga delle piccole o medie imprese di Sampierdarena. Nei surreali uffici Ministeriali, che non dispongono di una visione coerente nemmeno al loro interno, circolano progetti più o meno strampalati spediti da tanti porti in cerca di finanza anche non a fondo perduto: Venezia, Livorno, Trieste Molo VII e Piattaforma.

Con il suo silenzio, solo Genova incarna il vuoto pneumatico: nessun rappresentante politico o imprenditoriale si è assunto (ad oggi e con questo ministero dei Trasporti) la responsabilità di una proposta di lungo periodo che consenta al porto di diventare “globale”. Il risultato è semplicemente un circolo vizioso: Roma se ne infischia di Genova e Genova si lamenta perché Roma se ne infischia. E continua con puntiglioso stillicidio a perdere credibilità e pezzi pregiati. L’alleanza su Marsiglia tra il cantiere di Marco Bisagno e Costa Crociere per la manutenzione delle navi passeggeri è un delitto, l’ennesimo simbolo di un fallimento amministrativo per il quale tuttavia nessuno paga mai pegno. Capita anche che periodicamente Genova cada dal pero. Scoprendo che l’aeroporto torna alle origini di baraccopoli virtuale, perdendo voli, prospettive, affidabilità e respingendo anche i turisti con la sua storica e irritante indisponibilità. Ma la catena di comando è inossidabile, immutabile nei secoli, impenetrabile come gli azionisti di riferimento. Un salto di qualità lo abbiamo compiuto con i moli di Colombo, il cui scandaloso abbandono è stato rilanciato dal Secolo.

Quando nel 1992 lo stesso nostro giornale prendeva per oro colato le promesse di Renzo Piano (parco archeologico sotterraneo tra Banchi e Caricamento) gli schernitori professionisti davano vita al Comitato Quattro Sassi… Amministratori, politici ed esponenti delle parti sociali, interpellati a proposito dello sfascio, sembrano marziani, estranei, viaggiatori di commercio o cuochi di mare… In questa stagione di masochismo e rassegnazione, paradossalmente la candidatura più controcorrente per guidare il porto di Genova sarebbe quella di Pasqualino Monti, ex di Civitavecchia e attuale presidente di Assoporti. Abilissimo a destreggiarsi e a navigare tra i meandri della cucina del potere. Furbissimo, geniale, cinico e disincantato quanto basta per non farsi intrappolare dalla burocrazia. Camaleontico nelle alleanze. Fantasioso nel reinterpretare e adattare alla bisogna regole e comandamenti. Superbo nel camminare sul filo del rasoio presidiando i confini del suo territorio. Certamente una spanna sopra il grigiore dei suoi colleghi.

Citiamo Monti perché è un simbolo di rottura. Emerge invece e scavalca Genova la designazione di Paolo Emilio Signorini. Cioè l’esaltazione del ruolo e del controllo burocratico, portatore di una visione romano centrica, tutto ciò che si voleva cancellare restituendo autonomia al sistema. Burocrati sempre a galla, sempre forti, sempre intoccabili, indistruttibili e garantiti per milioni di chilometri. Dirigismo e statalismo: si sta perdendo un’altra buona occasione per fare di Genova un porto di cultura universale e non un emporio terzomondista, illiberale, senza la certezza del diritto, ancorato alla convinzione che spetti allo Stato risolvere i problemi che la città è incapace perfino di affrontare autonomamente.

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