Riforme e nomine, lo statalismo sovietico del ministro Delrio

I segni del cataclisma sono tutti visibili. Non solo le guerre che dilagano a sud e a est del Mediterraneo. Non solo la disoccupazione che cresce dovunque, mascherata appena dalla precarietà. È la più grande crisi di sovrapproduzione di tutti i tempi: le navi sudcoreane bloccate nei porti di tutto il mondo con migliaia di container, i prezzi del petrolio e dell’acciaio che precipitano... Come fermare o trasformare la tempesta che sconvolge gli equilibri? C’è chi non resta semplicemente in ascolto. La vendemmia del porto di Rotterdam in Italia, ad esempio, è come quella del Nebbiolo sulle colline albesi: ovattata, ricca e aggressiva, riservata a una clientela disincantata ed esigente. E il tunnel del Gottardo è il valore aggiunto che i manager olandesi offrono alle nostre aziende, continuando impunemente a rubacchiare traffici, lavoro e incassi al botteghino di riferimento dei porti liguri. Cioè il mercato che dovrebbe far navigare lo shipping tricolore su una nuvola d’oro. La risposta della politica alla vendemmia arancione è la distribuzione borbonica di cariche pubbliche nei porti, la riforma delle catene di comando nelle Authority voluta dal ministro Delrio: un poemetto sull’Italia e sui suoi ritmi, una tonalità nazionale, una malattia in forma di balletto. Gli svizzeri ci fanno credere che guardano a Sud, in realtà sanno perfettamente che il corridoio Reno-Alpi (e il Gottardo ) connettono i porti di Anversa e Rotterdam alle aree più importanti d’Europa (Baviera e Pianura padana) e che i porti italiani c’entrano come i cavoli a merenda. Per fare buon peso, i presidenti nominandi sono davvero di livello più basso addirittura rispetto ai loro predecessori, il che è tutto dire. Logicamente lontani da prendere qualsivoglia posizione che implichi un cambiamento, in alcuni casi anche molto discussi. Non cambierà nulla, la portualità italiana resta inchiodata agli ordini della politica, inesistente nello scenario dei traffici.

Neppure ai tempi di Matteoli e Lunardi, il governo centrale aveva offerto un’immagine di così basso impatto. Che siano Romeo o Pulcinella al timone delle banchine, la sostanza non cambia. I concorrenti investono su infrastrutture, marketing e agevolazioni di ogni tipo offerte alle multinazionali dei container, l’Italia scommette sugli intrecci politici, i legami famigliari, le alleanze lobbistiche. Nel segno sempre più accentuato del centralismo e della burocratizzazione che producono immobilismo. Naturalmente di nomine clientelari e telecomandate ne servono ancora parecchie per determinare la governance dei porti, del tutto incompiuta senza l’insediamento dei vari Comitati ristretti, il vero centro di governo. Del resto, la nuova legge attribuisce al presidente un potere apparentemente assoluto, annullato poi dalle norme esecutive: anche per comperare una penna dovrà chiedere il permesso a Roma. Cavalcando a ritroso nel tempo, Delrio estromette dalle Authority gli operatori marittimi e chiunque comprenda qualcosa di shipping, esalta il ruolo dei funzionari e restituisce al mercato globale una mediocre costellazione di porti pubblici e controllati dallo Stato.

Scelte cosmetiche spacciate per epocali. Burocrati distillati e distribuiti con certosina meticolosità. Il piano della portualità e della logistica evaporato insieme a tutti gli altri cantieri aperti, dall’autonomia finanziaria e la programmazione degli investimenti alla precarietà del lavoro portuale. E sullo sfondo, in un cono d’ombra, restano tutti i problemi che inchiodano Genova. La privatizzazione del Cristoforo Colombo, la gronda, il Terzo valico, il raddoppio della linea per Ventimiglia. Tutte opere potenzialmente proiettate a produrre traffico e a restituire centralità a Genova, all’interno di una pianificazione che punta su forti intese con operatori della logistica e delle infrastrutture. Il centralismo contenuto nella riforma di Delrio equivale a frenare ogni sfida e anche a condizionare un’imminente campagna amministrativa già appesantita dal riaffiorare delle strategie del “no” a una visione di sviluppo e di futuro. Le riforme sono altra cosa. Come quando si lavora in banchina, occorre sporcarsi le mani e correre rischi anche elettorali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti: