Così le imprese del mare perdono voce e faccia

In Confitarma la riforma istituzionale l’hanno fatta da un pezzo. Hanno superato il presidenzialismo e il leaderismo: gli armatori italiani sono già al padreternismo. L’aria che tira nella principesca dimora romana di Palazzo Colonna è piuttosto bulgara, rumena, tedesco-orientale. E’ davvero un venticello da Sacra Famiglia, non più soltanto napoletana ma italica e nazionale.

Effetto travolgente, messaggio chiarissimo. Ma la fiera che circonda il tempio si è trasformata nelle ultime settimane in una palude melmosa in cui s’incrociano affari privati, convenienze, compromessi, spartizioni, regolamenti di conti e vendette, interessi imprenditoriali che non convergono più. E così la clamorosa spaccatura che sta mandando a gambe all’aria la confederazione degli armatori diventa un inquietante caso nazionale. Non è solo uno scontro di potere e strategie o una feroce contrapposizione interna tra Manuel Grimaldi e il gruppo dei napoletani da una parte e protagonisti storici dello shipping come i d’Amico, i Messina e altri calibri da novanta dall’altra. E’ il simbolo stesso dello sfascio imprenditoriale.

Confitarma ha perso credibilità, potere contrattuale rispetto al Palazzo della politica, ruolo istituzionale sui grandi temi legati allo sviluppo delle imprese marittime, all’occupazione, alle regole del gioco sui mari, alla pianificazione e alla crescita. Annullato il senso del bene comune e della rappresentanza sociale, la casa degli armatori si è decomposta in un vortice di caos, mediocrità, beghe meschine e personali. Una realtà complessa, strangolata dalle regole dei compromessi, spesso incomprensibile e certo del tutto ininfluente sulle scelte decisive del governo rispetto alla politica marinara e ai porti.

E’ davvero singolare che nelle stesse ore in cui si consuma lo strappo cruento tra i big di Confitarma, Genova e Savona scelgano di infilarsi in un’altra scatola vuota (Assoporti) che da qualche tempo esalta l’egemonia politica del Nord Est. Tra chi vuol far saltare il banco e chi teme ogni possibile cambiamento, non sarà facile ricostruire una rappresentanza associativa credibile per le due centrali strategiche del mondo marittimo. Perché l’uscita da Confitarma delle compagnie internazionali più rappresentative (dai d’Amico ai Messina passando per Italia Marittima) rappresenta una lacerazione storica, senza precedenti. Dopo la diaspora con Vincenzo Onorato, l’armatore napoletano Manuel Grimaldi chiude il suo mandato con la più clamorosa delle sconfitte.

L’abbandono della d’Amico di Navigazione avrà ripercussioni più profonde di quella che ebbe l’uscita di Fiat da Confindustria. Perché la famiglia d’Amico costituisce da tre generazioni il cuore della confederazione degli armatori. Prima con la presidenza di Ciro, padre di Paolo, che negli anni della ricostruzione della flotta ricompattò gli armatori in un contesto pieno di opportunità e di aperture sul piano internazionale. Poi con il “genovese di adozione” Antonio, dal 1988 al 1995 presidente per tre mandati, che pose le basi degli interventi che sarebbero stati realizzati nei trent’anni successivi, dalla riforma della bandiera e l’istituzione del Registro internazionale, moltiplicatore di flotta e occupazione, alle alleanze armatoriali e alla individuazione di nuove infrastrutture di collegamento dei porti con il mercato. Infine con Paolo d’Amico, che riportò in associazione anche la Moby Lines di Vincenzo Onorato e con Cesare d’Amico, che con un delicato lavoro dietro le quinte è riuscito a ottenere risultati preziosi nel contrasto alla pirateria.

Negli anni della crisi che dal 2008 travolge gran parte dell’armamento italiano, la d’Amico di Navigazione continua a crescere sul piano internazionale, arrivando alla flotta attuale di oltre 110 navi, di cui 60 di proprietà. Non abbastanza per i calcoli politici del “blocco napoletano”, che preferisce insistere su una candidatura controversa come quella di Mario Mattioli, certamente non rappresentativa delle esigenze di compagnie che operano su scala globale. Vincenzo Onorato aveva già abbandonato Confitarma, innescando una lite infinita con Grimaldi sul cabotaggio. Ora assieme a d’Amico e Italia Marittima, le due compagnie che alla fine degli anni Novanta hanno impresso una svolta storica con la privatizzazione della società Italia di Genova e del Lloyd Triestino, se ne va anche la famiglia genovese Messina, da sempre protagonista di rilievo della vita associativa di Confitarma sia con Stefano che con Ignazio.

Sembrava naturale che a Stefano Messina fosse affidata la presidenza. A maggior ragione oggi, con l’ingresso nel capitale sociale di un colosso mondiale come Msc di Aponte. Così non è stato. In un mondo normale, ci si chiederebbe se tutto ciò che è successo è solamente frutto di spiacevoli incidenti di percorso o non piuttosto il risultato di politiche non più corrispondenti alle esigenze della flotta. Tra rimorchiatori e bettoline da un lato e liti sul cabotaggio dall’altro, alcuni armatori sembrano avere perso la bussola. Forse la soluzione potrà essere l’individuazione di un altro strumento di promozione degli interessi del mondo marittimo. Non la Federazione del Mare, perché anche da quella Paolo d’Amico ha levato le ancore.

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