Svolta in porto: Francia o Spagna purché se magna!

Telefona il presidente di un importante porto italiano di ritorno da una visita sotto la Lanterna e confida sconcertato: ma come avete fatto a ridurvi così? Aggiunge: avete il prototipo di una Ferrari più unica che rara e lo lasciate marcire in garage. Navigate a vista, producete il minimo sindacale. Siete vecchi, inadeguati, tristi, cupi. Già. Non esistono più le mezze stagioni. Quentin Tarantino potrebbe riproporci una rivisitazione di Pulp Fiction. Per farci guardare la storia contemporanea di Genova e del suo porto attraverso gli occhi del killer nero, che prima di uccidere recitava versetti e salmi della Bibbia e ad ogni colpo si segnava.

L’ex sindaco Amleto Mestizia ha appena consegnato al successore Marco Bucci l’intero fardello di una delle peggiori esibizioni partitocratiche nella pur scellerata storia dei rapporti tra il Municipio e le sue banchine. Nemmeno il tempo di scartare la potenziale modernizzazione del sistema, che già cala la notte cavernosa e Genova si ripropone trionfalmente come simbolo della conservazione e del consociativismo, degli accordi sottobanco e del compromesso al di là dell’accettabile. Paolo Odone, emblema dell’inossidabile continuità del controllo territoriale e comandante a vita della Camera di Commercio, designato presidente della società che gestisce l’aeroporto. Dicono: sono tutti d’accordo, imprenditori e partiti, da Forza Italia al Pd, dalla Lega ai 5Stelle. Ma allora il rinnovamento, la visione, la crescita? Spiegano seriosi e compunti: cerca di afferrare, l’azionista di maggioranza del “Colombo”, cioè l’Autorità portuale, deve pur concedere una poltrona prestigiosa alla Camera di Commercio, partner al 25%. Sarà.

Ma Paolo Signorini non rischia di perdere faccia e credibilità? Di mostrarsi come un cagnolino al guinzaglio dei poteri forti? Risposta: mannò, è vero semmai il contrario, il presidente non farà sgarbi né ai suoi grandi elettori né all’opposizione, ma con astuto pragmatismo punterà alla gestione della macchina, cioè alla cloche dell’aeroporto. Non mi hanno convinto. Andrà anche peggio al genovese qualunque che dovrà sforzarsi di capire che cosa c’è dietro i comitati elettorali, i clan personali, i club d’affari. Come si alleino fra di loro. Chi li manovra. Veder chiaro in questa nebbia non è un’operazione facile, è quasi disperata perché va compiuta dentro la palude dove stanno marcendo valori, politiche, ideologie.

La stessa poltiglia rende quasi uguali molte parrocchie partitiche, oggi livellate dal cinismo, dal becero pragmatismo, dal vuoto di ideali. Non è un problema di legittimità ma soltanto di buon gusto e arroganza. La perversa speranza è che dopo aver raschiato il fondo del barile, il nuovo governo cittadino torni a considerare l’industria portuale il vero cuore di Genova, motore trainante del bene comune. Continuare ad alimentare un porto-città senza luce, ostaggio di interessi di parte, delle paure, di nuovi baluardi innalzati per chiudersi dentro, escluderebbe definitivamente Genova dal circuito virtuoso della sana competizione sui mercati, del sapere, della ricerca, dell’innovazione e della conoscenza. Reinventare il dialogo e saldare l’unità d’intenti e di strategie tra città e porto è determinante soprattutto in una stagione che sancisce lo sfascio dei punti di riferimento sociali e delle rappresentanze associative.

Se il sindacato è marginale, le imprese soffrono le pene dell’inferno. In una città come Genova, il sindaco ed il Comune sono essenziali per lo sviluppo ed il posizionamento strategico del porto, che vive solo se nel contesto di una comunità locale coesa, il leader-sindaco è autorevole e riesce ad influenzare le scelte governative, sostenendo la crescita dei terminal. Dal Comune il porto si attende prima di tutto una importante azione di marketing internazionale con i principali attori internazionali dello shipping e dei traffici nonché con i territori alleati. Il riferimento è all’area del Gottardo da una parte ed al Far East dall’altra, particolarmente in un momento di forte dinamismo finanziario dei paesi della via della seta. Naturalmente l’azione del Comune è determinante nel contesto urbanistico: il piano regolatore portuale dipende infatti da quello di Tursi, con il quale si deve coordinare. E le scelte diventano inevitabilmente sociali ed economiche.

Con un Comune diverso e più accorto, ad esempio, la pianificazione di Giuliano Gallanti, che prevedeva l’ampliamento di Voltri verso Ovest, avrebbe spalancato scenari davvero alternativi. Forse alcuni interventi di “portualità allargata” non sarebbero stati compiuti. Senza trascurare poi il ruolo imbarazzante di Tursi nella vicenda delle aree Ilva, che potrebbero costituire un polmone eccellente dove localizzare una zona franca di perfezionamento sul corridoio del Gottardo ma oggi sono asservite ad una impresa decotta e senza futuro. In questa stagione di declino globale, il porto deve poter contare sulla vivacità di un sindaco capace di promuovere investimenti stranieri nel settore delle infrastrutture e della logistica che caratterizza la città e la rende unica al mondo.

Altrettanto importanti sono ruolo e presenza di Tursi nel Comitato portuale. La scelta deve ricadere su una personalità di indiscusso prestigio, competenze ed autorevolezza, non il solito cameriere al servizio di clan economici o politici. Il comune di Savona ha potuto finora giocare una sua partita spregiudicata, che punta a consolidare i suoi specifici interessi territoriali, che evidentemente sembrano coinvolgere più Torino che la Svizzera. Riequilibrare forma e sostanza dell’Autorità portuale è urgente. Garantire che il suo Comitato assicuri scelte coerenti con le politiche europee e con il pubblico interesse è decisivo. Pochi atti. Ma fondamentali per consegnare alla storia il mandato di Marco Bucci a Tursi. Sono scelte che vincolano l’economia portuale per i prossimi cinque anni e che possono esaltare o meno la competitività a livello internazionale. Il tempo dirà se si è trattato di un ribaltone utile per far crescere il porto-città e l’occupazione in un settore strategico. Oppure, come già pare dalle vicende legate all’aeroporto, se la micro politica si perpetuerà ancora nel segno del consociativismo che affoga lo sviluppo.

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