Genova al palo: il golpe sui moli delle colombe al potere

L’ingessamento burocratico che da mesi caratterizza il porto di Genova, è il miglior alibi possibile escogitato per coprire ricorrenti conflitti di interesse e comode sponde offerte a imprese private concorrenti. La vicenda del Terminal Rinfuse, su cui i nuovi concessionari (Msc e Spinelli) vorrebbero dirottare navi e lavoro, è un caso da Corriere dei Piccoli. “Le regole vanno rispettate”, si strepita nel porto tradizionalmente più restio all’applicazione delle norme, territorio di indagini e inchieste. Ma quando si tratta di tutelare rendite di posizione e frenare i traffici altrui, anche regole che non esistono vengono bene per impaurire chi dovrebbe decidere e non lo fa. I

l presidente dell’Autorità portuale di Genova e Savona può emanare ordinanze e regolamenti per assicurare il funzionamento e lo sviluppo del porto, può modificare per decreto le destinazioni d’uso di un terminal. Lo può fare autonomamente, perché il Comitato di Palazzo San Giorgio ha funzioni meramente consultive, oltre a rivelarsi un panino imbottito di conflitti di interessi e di veti politici. Anche un bimbetto capirebbe che per Genova l’alleanza con Msc, che ha acquistato il Terminal Rinfuse insieme al gruppo Spinelli, è strategica. Diciamo un po’ più strategica e opportuna rispetto agli interessi di bottega di altri operatori privati o dell’alleanza Savona-Torino (Orbassano ). Un delirio, insomma. Che indebolisce ulteriormente la credibilità di un’Authority molto organica ad uno schieramento politico, non autonoma, già imbrigliata dal ministero dei Trasporti e sottoposta consapevolmente ai condizionamenti quotidiani del governo regionale, cioè Toti e la Lega. Quali progetti realizzare, quali persone nominare, quali imprenditori promuovere, la sostanziale rinuncia ai traffici internazionali…

Del resto la sistemazione di Paolo Odone ai vertici dell’Aeroporto di Genova equivale, per strategia politica, al siluramento del direttore del’Agenzia delle Dogane, Giuseppe Peleggi, rimpiazzato da un magistrato ed ex parlamentare dei Ds-Ulivo, Giovanni Kessler. Il primo ha lavorato molto per innovare il sistema informatico e dialogare con gli operatori, spossati da controlli e cavilli. Il secondo i porti li ha visti solo in cartolina. Contemporaneamente capita che nel valzer di poltrone dei superburocrati del ministero dei Trasporti, chi si occupa di autostrade finisca a dirigere i porti, mentre l’esperto di pesca in acqua dolce è destinato a saggiare le perforazioni dei valichi. A insaputa di Genova, un golpe strisciante sta rivoluzionando equilibri e assetti sulle banchine nazionali, distruggendo secoli di storia e di autonomia. La regia unica viene sbandierata dal ministro Delrio come una conquista e celebrata con foto di gruppo in cui gongolano beati, accanto al ministro, i presidenti dei porti che già sgomitano per conquistarsi una poltrona romana prossima ventura. Pieni poteri solo a Roma, con quel che ne consegue in termini di pianificazione, interventi infrastrutturali, finanziamenti, scelte e nomine. La violenza delle colombe al potere è peggio del clientelismo e del consociativismo. Prende forma e sostanza un disegno centralista che porta a Genova rappresentanti fedeli ad una visione addirittura antitetica a quanto voluto nei secoli da Genova e Savona. Competenze, progetti di trasformazione e sviluppo, federalismo, sussidiarietà? Ma neppure per sogno. L’importante è devitalizzare quanto di ancora vivo (poco) si nasconde sotto la cenere.

Camomilla a ettolitri e via a inseguire i disegni di conquista dell’elettorato del Sud. L’eclettismo era la caratteristica dei porti liguri, l’indipendenza la scelta espressiva, l’inquietudine e il cambiamento costante la loro biografia. Oggi qual è il ruolo di Regione, Comune e Autorità portuale all’interno di questo disegno di disgregazione? Si tratta solo di un grossolano errore di valutazione tattica? Eppure le normative che inchiodano Genova all’immobilismo gestionale sono di facile consultazione. Ma nessuno prova a spiegare quel che sta accadendo: cioè il colossale furto perpetrato ai danni di Genova e della sua auspicata vocazione europea. Da queste parti sono altri gli interessi in gioco, non si vogliono né studiare né replicare i modelli vincenti. Il sindaco di Rotterdam governa il “porto-città”, macina profitti e ci viene anche a prelevare la merce sotto casa. Perché in Italia i Comuni sono fuori dai porti. Nel Comitato non siedono i rappresentanti dei sindaci, ma tecnici presunti che tuttavia non riportano né rappresentano le istanze municipali. In passato un sindaco aveva un ruolo molto importante anche nella scelta del presidente. A Genova, Bucci ha firmato una delega in bianco ad Amleto Mestizia.

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