Gozzi: "L’industria italiana riparta in condizioni di sicurezza, oppure perderemo terreno" / L'INTERVISTA

"A Brescia abbiamo chiuso prima ancora del decreto del governo, era necessario. In Francia lavoriamo e stiamo registrando un aumento della domanda presso i nostri centri di servizio perché ArcelorMittal ha chiuso stabilimenti che fornivano il mercato dell’auto"

L'acciaieria di Duisburg

Genova - "Nessun Paese in Europa ha fermato l’industria, basta guardare i consumi elettrici: in Italia la scorsa settimana abbiamo avuto una riduzione dei consumi del 20-25%, all’estremo opposto in Germania il calo è stato del 2-5%". Docente universitario, presidente di Duferco, già numero uno di Federacciai, in questa intervista al Secolo XIX-The MediTelegraph Antonio Gozzi spiega perché è importante, a suo avviso, che l’industria italiana «in sicurezza riparta».

Dobbiamo stare a casa per tutelare la salute nostra e altrui. La salute dell’operaio vale meno di quella di chi sta a casa?
«Ovviamente no. Ma nelle fabbriche che scrupolosamente applicano il protocollo d’intesa firmato da governo e parti sociali occorre pensare, dopo Pasqua, a una graduale ripresa dell’attività perché il nostro Paese rischia di farsi male. Penso all’industria meccanica e meccatronica, eccellenza italiana dalla quale dipende il saldo della bilancia commerciale. Quest’industria è inserita nella catena di subfornitura dell’industria tedesca, che funziona tutta: se vengono a mancare i nostri prodotti, la Germania si rifornisce da fornitori polacchi, cechi, slovacchi, con un drammatico e strutturale cambiamento nelle reti degli approvvigionamenti e nelle relazioni tra filiere produttive».

Duferco in Francia lavora?
«A Brescia abbiamo chiuso prima ancora del decreto del governo, era necessario. In Francia lavoriamo e stiamo registrando un aumento della domanda presso i nostri centri di servizio perché ArcelorMittal ha chiuso stabilimenti che fornivano il mercato dell’auto».

Cosa pensa degli scioperi in Italia?
«Pochi e, laddove fondati, sacrosanti. Si lavori solo se l’impresa rispetta alla lettera tutte le prescrizioni sanitarie: in molte aziende è già così, credo che oggi sia più sicuro lavorare in certe fabbriche piuttosto che fare la spesa al supermercato. Il tema non è se lavorare, ma in quali condizioni si lavora e come si raggiunge il luogo di lavoro. Ad esempio le aziende potrebbero pensare di offrire un supporto economico a chi raggiunge il posto di lavoro con il mezzo privato, invece di prendere l’autobus. Attraverso la concertazione, l’accordo con i sindacati, dopo Pasqua si dovrebbe pensare a una graduale ripresa delle attività».

Su chiusure, codici Ateco e deroghe lo scontro tra imprenditori e sindacati è stato duro. Perché?
«Lì c’è stato un errore di metodo, una fuga in avanti dell’esecutivo. Il governo la sera prima aveva annunciato che avrebbe chiuso tutto, superando a sinistra il sindacato e mettendolo in difficoltà. Il provvedimento avrebbe dovuto essere condiviso con le parti sociali, e solo dopo annunciato».

Cosa rischia l’Italia?
«Migliaia di persone che perdono il lavoro perché le aziende non ce la fanno e chiudono. Sarò retrò, ma io penso che la persona si realizzi completamente anche attraverso il lavoro e non con il reddito di cittadinanza universale. Gli asset industriali dell’Italia sono come il Colosseo: un patrimonio di tutti da salvaguardare».

Il siderurgico dovrebbe riprendere l’attività?
«Se in fabbrica ci sono le condizioni sì, la siderurgia è strategica. Poi c’è il tema dell’interrompibilità, come c’è quello energetico. I blackout non avvengono solo in alto per il troppo carico, bensì anche per livelli di produzione troppo bassi».

Il 6 aprile a Genova Cornigliano riparte la produzione di banda stagnata.
«Un esempio di come attraverso la concertazione si può produrre in sicurezza. Tutti i siderurgici europei stanno lavorando e in alcuni Paesi, ad esempio Spagna, il settore elettrosiderurgico è considerato d’importanza strategica nazionale perché fornisce il servizio di interrompibilità e protegge la nazione dal rischio di blackout elettrico, che in questa situazione sarebbe ancora più terrificante».

I lavoratori di Piaggio Aerospace hanno scioperato contro il ritorno in produzione: gli aerei non sono beni essenziali. Che ne pensa?
«Nella situazione in cui è, non è forse essenziale per Piaggio fare ricavi? Il concetto di produzioni essenziali credo debba essere sostituito con quello di lavoro in totale sicurezza».

Alcune aziende hanno riconvertito la produzione nel giro di pochi giorni. Banale?
«Affatto. Riconversioni di questo tipo sono possibili se hai knowhow, sono l’indice di rango dell’industria italiana».

Cosa cambierà in Italia?
«Le dotazioni ospedaliere. Le pandemie rischiano di essere il male dei nostri tempi, credo che l’Italia abbia imparato la lezione. Per il biomedicale si apre una stagione di opportunità. L’Italia parte da una piattaforma molto avanzata, penso al distretto di Modena e Reggio Emilia, ma anche alla genovese Esaote».

Come giudica l’azione del governo italiano rispetto a quella di altri Paesi europei?
«Lenta. La Francia ha già adottato una misura generalizzata che consente prestiti-ponte pari a una cifra equivalente a 2-3 mesi di fatturato con garanzia dello Stato al 100%. La Germania ha adottato una misura di oltre 550 miliardi per le sue imprese di cui 400 sono movimentati con garanzie dello Stato. In Svizzera, già dalla settimana scorsa, funziona una misura grazie alla quale le imprese possono mutuare fino a 20 milioni di franchi con una garanzia dello Stato pari all’85% del prestito. Speriamo di vedere misure analoghe nel prossimo decreto del governo».

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