Emissioni di CO2, l’Europa si muove e lo shipping cerca soluzioni / FOCUS

La lotta alle emissioni di CO2 e degli altri gas serra è diventata ancora più urgente dopo che, proprio nei giorni scorsi, l’Unione europea ha inserito lo shipping nel mercato delle emissioni di carbonio

di Alberto Ghiara

Genova - Un consorzio di società giapponesi sta studiando un processo per trasformare in combustibile marino a emissioni zero l’anidride carbonica prodotta dall’industria dell’acciaio. Il processo prevede la liquefazione dell’anidride carbonica e la sua interazione con l’idrogeno per ottenere metano. Questa metanazione, come è chiamata la tecnica studiata in Giappone, consentirebbe di avere combustibile che non produce emissioni di anidride carbonica, ossia la nuova frontiera dell’industria dello shipping in vista del raggiungimento degli obiettivi posti dall’Imo per la riduzione dell’emissione di gas serra da parte delle navi entro il 2030 e il 2050. La lotta alle emissioni di CO2 e degli altri gas serra è diventata ancora più urgente dopo che, proprio nei giorni scorsi, l’Unione europea ha inserito lo shipping nel mercato delle emissioni di carbonio. Anche le navi dovranno pagare per le emissioni, mentre le società più virtuose potranno vendere a altri le proprie quote di carbonio.

La decisione è stata presa a larga maggioranza dalla commissione Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare del Parlamento europeo, con 62 voti a favore, 3 contrari e 13 astenuti, e dovrà essere ratificata in seduta plenaria a Strasburgo nel settembre prossimo. Le emissioni di CO2 del trasporto marittimo entreranno così nel sistema europeo di scambio di emissioni, o Ets, per raggiungere l’obiettivo della decarbonizzazione dello shipping fissato dal Regolamento europeo 757/2015 della Commissione europea. Il sistema prevede il monitoraggio e la comunicazione alla Commissione delle emissioni prodotte. Gli europarlamentari hanno proposto anche l’istituzione di un fondo per l’Oceano, finanziato con i proventi della messa all’asta delle quote di CO2, per il periodo 2023-2030. In questo contesto di mobilitazione mondiale in vista delle prossime scadenze si inserisce l’iniziativa giapponese per lo sviluppo della metanazione. Al consorzio partecipano sia imprese dello shipping sia del settore dell’acciaio: ClassNk, Ex research institute, Hitachi Zosen, Japan marine united, Jfe steel corporation, Jgc corporation, Mol-Mitsui Osk line, Nippon steel corporation e Sanoyas shipbuilding.

«La metanazione - spiega una nota di Mol - è la tecnica per sintetizzare il metano, che è il principale componente del gas naturale, utilizzando una reazione chimica fra idrogeno e anidride carbonica all’interno di un reattore con un catalizzatore. Si serve di CO2 separata e catturata da impianti industriali. Siccome la CO2 prodotta dal metano di sintesi è compensata da quella separata e catturata (dalle fabbriche per produrla, ndr), ci si aspetta che le emissioni di CO2 possano essere ridotte in maniera significativa utilizzando idrogeno generato dall’elettrolisi dell’acqua con energia elettrica derivata da fonti rinnovabili». La ricerca vuole capire come separare, catturare e liquefare l’anidride carbonica emessa dalle acciaierie. La discussione sui gas serra è quanto mai accesa. Il dibattito negli ultimi giorni ha riguardato il Vlsfo, il combustibile a basso tenore di zolfo che viene utilizzato in maniera sempre più diffusa da quando sono entrati in vigore i limiti Imo sulle emissioni sulfuree, lo scorso primo gennaio 2020. Uno studio dell’Imo dello scorso febbraio segnalava il rischio che il Vlsfo se da un lato riduceva le emissioni di zolfo, dall’altro potesse essere più inquinante rispetto alle emissioni di carbonio. Adesso l’esperto australiano Francisco Malta, titolare di Vm Industrial che distribuisce additivi per combustibili, ha rilanciato quella ricerca, sostenendo che i combustibili più grezzi producono carbonio in forma pesante che rimane depositato nelle cisterne, mentre il Vlsfo produce carbonio volatile che si disperde nell’aria. A questa affermazione ha risposto Unni Einemo, direttore di Ibia, che queste affermazioni si basano su modelli teorici, ma non sono sostenute da osservazioni concrete.

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