«Sulla “Concordia” Russel morto da capitano»

Genova - «Mio fratello, il giorno dello schianto, si è comportato come un vero capitano: ha fatto semplicemente il suo dovere, è morto per questo». Kevin Rebello appoggia la mano sinistra sulla bara che contiene i resti di Russel, 30 anni per sempre, il cameriere indiano disperso per 1.000 giorni

di Bruno Viani

Genova - «Mio fratello, il giorno dello schianto, si è comportato come un vero capitano: ha fatto semplicemente il suo dovere, è morto per questo». Kevin Rebello appoggia la mano sinistra sulla bara che contiene i resti di Russel, 30 anni per sempre, il cameriere indiano disperso per 1.000 giorni dopo la tragedia del Giglio. L’ultimo membro della ciurma fantasma della Concordia è partito ieri sera per Malpensa e da lì per il viaggio finale verso casa a Vasai, il quartiere da cinque milioni di abitanti alla periferia di Mumbai dove vivono i genitori, la vedova e il figlio al quale è sempre stato detto che papà è in viaggio. Domenica saranno finalmente celebrati i funerali con rito cattolico.

La lotta è finita. Erano passati due anni e nove mesi di amare speranze e repentine disillusioni, prima che i resti di Russel venissero individuati all’interno del relitto, all’inizio dello scorso novembre. Poi cento giorni di carte bollate e lotta contro una burocrazia folle che fino all’altroieri aveva continuato a richiedere (per consentire il passaggio alla frontiera della bara) la presentazione del passaporto originale di un uomo morto rimasto in una cabina sommersa per mille giorni. Burocrazia indiana, in questo caso: «Lo chiedevano gli uffici del protocollo, ho fatto presente all consolato e all’ambasciata che era ridicolo e impossibile. Adesso siamo arrivati alla fine». Non è l’uniforme, macchiata o no dal fango, a distinguere il capitano. Kevin Rebello non parla di Schettino, «perché sono cattolico e non ero presente». Parla invece di suo fratello che indossava solo una giacca bianca da cameriere «ma ha fatto il suo dovere e per questo ha pagato con la vita, come un vero comandante».  

A dirgli che suo fratello si era prodigato fino all’ultimo sono stati alcuni sopravvissuti: una passeggera in particolare lo ha cercato per dirgli quello che Russel aveva fatto per lei e per tanti altri. «Russel ha fatto semplicemente il suo lavoro, era un membro dell’equipaggio - racconta Kevin - era notte e sulla nave non si vedeva quasi nulla, ma una sopravvissuta francese lo ha riconosciuto e mi ha voluto incontrare e abbracciare, si chiama Genevieve». L’incontro è avvenuto al Giglio in occasione del primo anniversario, poi di nuovo in Francia. «Adesso ci scriviamo, lei in francese anche se è una lingua che io non parlo, io in inglese anche se Genevieve mi ha detto che non lo capisce. Ma la gratitudine è universale, la traduzione non serve». Anche gli ordini impartiti da chi ha il compito di comandare una nave non dovrebbero aver bisogno di traduzioni. Eppure le incomprensioni della catena di comando, secondo i tentativi di difesa del comandante, avrebbero avuto un peso nella tragedia. «Ripeto, non c’ero - risponde Rebello - ma in una nave come la Concordia si parlano cinquanta lingue diverse, è normale così. E un sos è sos per tutti».

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