Specie invasive, gli scienziati lanciano l’allarme Canale di Suez

Bruxelles - Lotta contro il tempo della comunità scientifica internazionale per salvare il Mediterraneo dall’invasione di centinaia di nuove specie marine tropicali.

di Chiara Spegni

Bruxelles - Lotta contro il tempo della comunità scientifica internazionale per salvare il Mediterraneo dall’invasione di centinaia di nuove specie marine tropicali. Il raddoppio del principale corridoio d’ingresso, il Canale di Suez, sarà concluso a breve, ma una valutazione d’impatto ambientale di questa maxi-opera sull’intero bacino ancora non c’è. «Quello che chiediamo è una valutazione d’impatto ambientale trasparente e solida a livello scientifico, seguita da un’analisi del rischio e da misure di controllo e mitigazione» spiega Bella Galil, dell’Istituto oceanografico israeliano, promotrice della lettera-appello di oltre 450 scienziati da 39 Paesi. «Fra loro - racconta Galil - ci sono almeno un centinaio di italiani, da Trieste a Palermo», tutti al corrente della potenziale bomba ecologica in arrivo. «Non siamo contrari ai lavori di allargamento del canale, ma il Mediterraneo è un mare di cui bisogna prendersi cura» riferisce l’esperta, secondo cui un’analisi seria d’impatto ambientale «necessita di un periodo fra i sei e i dodici mesi» e qui si parla di una valutazione che dovrebbe riunire i dati di tutti i Paesi dell’area. Tempi lunghi insomma, rispetto alle rassicurazioni provenienti dal Cairo. «L’Egitto ha informato la Commissione europea che la valutazione è in corso e dovrebbe essere pronta entro maggio, con una prima analisi già a marzo» riferisce Enrico Brivio, portavoce del commissario europeo all’ambiente e agli affari marittimi, Karmenu Vella.

Bruxelles, in allerta sulla questione, è in contatto costante con Il Cairo e ha offerto «ampia assistenza tecnica» alle autorità egiziane. Altre fonti confermano che una valutazione degli egiziani è in corso, ma «fino al mese scorso non includeva il problema delle specie invasive». Certo è che un recente seminario nella capitale egiziana, stando ad informazioni ufficiali, ha affrontato la necessità di nuovi studi e argomentato che le specie nocive che hanno invaso il Mediterraneo, come il pesce palla argenteo che è letale, «sono molto poche» rispetto a quelle che invece rappresentano un introito economico, come sgombro e barracuda. In compenso i ricercatori hanno presentanto un piano di controllo e di ricognizione di possibili soluzioni per minimizzare il numero di pesci migranti e l’istituto oceanografico nazionale un suo piano di monitoraggio, un segnale che l’Egitto sta cominciando ad aprire il vaso di Pandora. Intanto gli ultimi dell’Agenzia europea dell’ambiente in partnership con Hellenic Centre for Marine Research (HCMR) confermano che il Canale di Suez è la principale fonte delle specie “non indigene” per il Mediterraneo, specie dagli anni ‘90, a seguito della sua espansione. Considerando tutti i mari europei, la stima di specie marine “straniere” ormai è arrivata a quota 1416. Solo lungo le coste israeliane (appena 180 chilometri), quelle registrate, spesso per la prima volta nel Mediterraneo, sono state 355, di cui 94 dopo il 2000.

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