“Concordia”, chiamata di De Falco nel mirino

Firenze - Subito protagonista la telefonata tra Gregorio De Falco e Francesco Schettino, con la celebre frase “vada a bordo, cazzo!”, nell’arringa che gli avvocati di Schettino hanno iniziato questa mattina a Firenze al processo d’appello sul naufragio della “Costa Concordia”

Firenze - Subito protagonista la telefonata tra Gregorio De Falco e Francesco Schettino, con la celebre frase “vada a bordo, cazzo!”, nell’arringa che gli avvocati di Schettino hanno iniziato questa mattina a Firenze al processo d’appello sul naufragio della “Costa Concordia”. «Non si è mai scoperto chi ha commesso un gravissimo reato di violazione del segreto istruttorio - ha detto l’avvocato difensore Donato Laino iniziando la discussione - la diffusione di quella telefonata ha condizionato fortemente le indagini buttando tutto su Schettino, orientandole contro di lui, e dimenticando il resto».

L’avvocato Laino ha anche detto che «le telefonata fu estratta dal disco-madre della Capitaneria di porto di Livorno il 14 gennaio 2012 a poche ore dall’incidente. Non sapevano ancora quanti morti c’erano, e invece si sono preoccupati di prendere quella telefonata, appositamente estratta per concentrare l’accusa su Schettino». Il difensore ha fatto notare ai giudici dell’appello che tutti gli altri file audio che riguardano Schettino furono estrapolati tra il 18 e il 21 gennaio successivi, «mentre proprio quello della telefonata poi data agli organi di stampa è del 14 gennaio.Questo è stato un incidente organizzativo» invece «c’è stato un accanimento contro Schettino - ha spiegato l’avvocato -. È tutto un sistema che non funzionò. Nel naufragio morirono 5 lavoratori e altri 150 rimasero feriti. Cosa deve fare un pubblico ministero? Aprire un fascicolo per morti sul lavoro. Invece non c’è stata nessuna contestazione autonoma, se non successivamente al fatto».

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