Genova, a fine mese il destino del processo bis sulla Torre Piloti

Genova - L’ultimo giorno di discussione dell’udienza preliminare è fissato per il prossimo 16 maggio: dopo quella data il giudice Maria Teresa Rubini dovrà decidere se rinviare a giudizio o prosciogliere gli indagati nel processo bis alla Torre Piloti

Genova - L’ultimo giorno di discussione dell’udienza preliminare è fissato per il prossimo 16 maggio: dopo quella data il giudice Maria Teresa Rubini dovrà decidere se rinviare a giudizio o prosciogliere gli indagati nel processo bis alla Torre Piloti, quello che riguarda il posizionamento dell’edificio. Sotto inchiesta ci sono una ventina di persone: i tecnici coinvolti a vario titolo nella progettazione della struttura e i datori di lavoro delle vittime, responsabili della sicurezza dei lavoratori.


GENESI CONTROVERSA

Non è un processo facile, a cominciare dalla genesi. Il sostituto procuratore Walter Cotugno e l’allora dal procuratore capo Michele Di Lecce, scelsero di concentrare gli sforzi su alcuni aspetti che considerarono primari nella tragedia: gli errori nella manovra, le avarie e le apparecchiature guaste ignorate. L’isolamento di queste responsabilità, giudicate le più dirette e dimostrabili, fu un esigenza giustificata anche dal timore di costruire un processo troppo dispersivo, e non arrivare a definire alcun responsabile.

A bordo, quella notte, accadde un po’ di tutto. Il comandante Roberto Paoloni diede l’ok a partire nonostante non funzionasse un numero impressionante di apparecchiature, a cominciare dal contagiri. Questo guasto è rilevantissimo nel successivo intoppo: il motore si blocca, ma l’equipaggio non se ne accorge, convinto di aver cambiato direzione di marcia quando invece la nave sta procedendo indietro, alla deriva. E ancora: la manovra venne fatta al buio, senza una vera comunicazione tra plancia e sala macchine; l’allarme che indicava la mancata ripartenza venne spento, perché la sirena forse dava fastidio. Per questa sequenza di omissioni, errori, negligenze, nell’arco di due anni i magistrati hanno ottenuto condanne di primo grado importanti, per omicidio colposo plurimo e disastro, nei confronti degli ufficiali guidati dal comandante Roberto Paoloni. È stata l’insistenza di una madre, Adele Chiello Tusa, a far riaprire nuovi filoni di indagine, considerati difficili, se non impossibili da perseguire: il posizionamento pericoloso, a filo di banchina, della Torre Piloti; e le falsificazioni delle certificazioni della nave, un’ulteriore ipotesi che ha portato a indagare sulle “certificazioni ammorbidite” e sulla presunta rete di compiacenza tra capitaneria di porto, Rina e armatori.

A cinque anni dalla tragedia, insomma, il ciclone giudiziario lascia intravedere ancora una tempistica molto lunga. Fin troppo per gli avvocati dei progettisti, che intravedono in questo ulteriore tentativo quasi una caccia alle streghe: è possibile, si chiedono, circoscrivere una responsabilità penale nei confronti di tecnici che pensarono quella Torre in un porto completamente diverso da quello attuale? È accettabile chiamare quei progettisti a rispondere di un evento per gli avvocati «eccezionale», accaduto a distanza di così tanto tempo, e in un contesto, quello del porto, così radicalmente diverso, con navi molto più grandi e manovre che nel tempo si sono estese anche allo specchio acqueo in cui si è svolta la tragedia? Le tesi della pubblica accusa si imperniano sostanzialmente su tre argomentazioni: l’incidente si poteva evitare, lo dimostra un precedente del 1999, che non ebbe conseguenze altrettanto tragiche; la costruzione a filo banchina è quasi un unico al mondo; e, ancora, il rischio è un concetto dinamico, che nel tempo avrebbe dovuto comunque essere riconsiderato e aggiornato.

Altro capitolo spinoso è quello che riguarda i presunti depistaggi, poi archiviati: inizialmente furono contestati al comandante d’armamento della MessinaGiampaolo Olmetti (pressioni sui suoi marittimi-testimoni nella notte del disastro, assolto nel processo principale), al “primo” Repetto con il terzo ufficiale Danilo Fontanella (riparazione del contagiri rotto la mattina dopo la tragedia), al comandante Paoloni e al terzo ufficiale Cristina Vaccaro (per una check-list modificata). Il più macroscopico è un tentativo, documentato dagli inquirenti, di manomissione della scatola nera, contestato ancora a Paoloni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti: