Impianti al veleno nelle città, la mappa del rischio / REPORTAGE

GENOVA non ha un porto come Ravenna, la città in cui si concentra il maggior numero in Italia di impianti industriali a rischio. Genova è un porto. Impianti, polemiche e paure si incrociano fra mare e monti, da decenni

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di Annamaria Coluccia e Marco Menduni

GENOVA non ha un porto come Ravenna, la città in cui si concentra il maggior numero in Italia di impianti industriali a rischio. Genova è un porto. Impianti, polemiche e paure si incrociano fra mare e monti, da decenni, nei quartieri del Ponente e della vallata interna, la Valpolcevera, che hanno pagato il prezzo più alto allo sviluppo industriale, fatto anche di attività inquinanti o potenzialmente inquinanti, e potenzialmente pericolose in mezzo alle case. Le cronache di questa convivenza difficile hanno riempito pagine e racconti negli ultimi trent’anni, mentre il dibattito sulla necessità di allontanare dalle case almeno alcune delle attività considerate meno compatibili, come i depositi chimici costieri di Carmagnani e Superba, a Genova Multedo, si riapre ciclicamente ad ogni cambio di amministrazione comunale, senza che, però, finora nulla si sia mosso.

VICINI ALLA CASE

Oggi nell’area della città metropolitana di Genova si contano ben 15 impianti a rischio di incidente rilevante, con differenti gradi di potenziale pericolosità, e 12 di questi sono nel comune capoluogo, tutti o quasi a distanza ravvicinata da abitazioni e da altre attività urbane. Si tratta per lo più di depositi di prodotti chimici e petroliferi, che arrivano a Genova via mare e ripartono con moto o ferrocisterne o in oleodotti che attraversano una parte della città, interrati o negli alvei di torrenti. Gli incidenti gravi appartengono al passato.

Nel 1981 l’esplosione della petroliera giapponese “Hakuyou Maru” nel porto petroli di Multedo provocò 6 morti e 12 feriti; nel 1987 furono 4, invece, le vittime dell’esplosione nel deposito petrolchimico della Carmagnani, sempre a Multedo, mentre nel 1991 l’esplosione della petroliera Haven, al largo del porto petroli, provocò 5 vittime. Paura e danni ambientali, ma nessuna vittima, per il violento incendio esploso nella raffineria Iplom di Busalla (comune nell’entroterra di Genova) nel 2008. Poi, nell’aprile 2016, la rottura di un oleodotto della stessa Iplom, a Genova Fegino, provocò lo sversamento di 680 metri cubi di greggio nei torrenti e nel mare. Proprio a Fegino, a due anni dall’incidente, gli abitanti aspettano ancora un intervento di bonifica, che - per un intreccio di motivi e competenze - non si sa se arriverà. «Qui non è cambiato niente - denuncia Antonella Marras, del Comitato di Borzoli Fegino - Quando piove tanto nel torrente riaffiorano tracce di idrocarburi e si sente anche la puzza... Rilanceremo al nuovo Parlamento la petizione, perché la legge Seveso sia applicata anche agli oleodotti».

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