Comsubin, operazione di soccorso in Tunisia: "Nave affondata, pericolo bomba ecologica"

Intervento risolutivo, con imprevisti misteriosi risvolti che parlano di traffici illeciti internazionali, dei palombari della Marina, partiti dalla base del Varignano, per scongiurare un catastrofico danno da inquinamento per il centro del Mediterraneo

di Mariano Alberto Vignali

La Spezia - Intervento risolutivo, con imprevisti misteriosi risvolti che parlano di traffici illeciti internazionali, dei palombari della Marina, partiti dalla base del Varignano, per scongiurare un catastrofico danno da inquinamento per il centro del Mediterraneo, il tutto dopo il naufragio di una petroliera in Tunisia. Ma ora, proprio grazie all’operazione dei militari italiani, su questa storia si apre un vero e proprio giallo internazionale che poterebbe avere risvolti molto importanti anche nei rapporti con le autorità libiche. Insomma una missione di soccorso che una volta limitata l’emergenza, è diventata un’inchiesta con ben altri risvolti. Era stato proprio il governo del paese nordafricano a richiedere l’intervento dell’Italia per risolvere il grave problema dovuto all’affondamento della petroliera Xelo che la scorsa settimana era colata a picco nella zona del golfo di Gabes, di fronte alla costa sud-orientale della Tunisia.

A bordo, da quello che era previsto dai registri di carico, vi dovevano essere 750 tonnellate di gasolio. Una vera e propria bomba ecologica che avrebbe potuto compromettere gran parte dell’area e impedire l’attività di pesca in una zona fondamentale per tutti i paesi costieri, in primis per la flotta italiana di Mazara del Vallo. La nave, di 58 metri battente bandiera della Guinea Equatoriale, proveniente dall’Egitto e diretta a Malta, aveva segnalato un’avaria e chiesto di riparare verso costa, poi affondando rapidamente. Su richiesta delle autorità di Tunisi il Ministero della difesa italiano ha così fornito il supporto alle attività di sorveglianza e monitoraggio di eventuali sversamenti in mare.

Sono stati posti in stato di allerta sia mezzi aeronavali della Marina che i pattugliatori Vega e Orione, entrambe le navi sono equipaggiate con panne e sistemi antinquinamento. Sul posto è stato così inviato il pattugliatore Vega che, vista la difficoltà di intervento subacqueo evidenziata dai tunisini, ha raggiunto rapidamente l’area dell’affondamento. A bordo, partito dal Varignano, è arrivato un team operativo dei palombari del Comsubin, dotato anche di drone subacqueo in grado di verificare lo stato della petroliera che si trova su un fondale di 15 metri a circa tre miglia dalla costa. La squadra di cinque palombari in poche ore dalla partenza era già in acqua e, proprio grazie al loro intervento, è stato possibile comprendere che la situazione era molto più tranquilla, almeno dal punto di vista del rischio di danno ecologico, ma che si apriva un giallo sul misterioso affondamento.

Gli specialisti della Marina hanno scandagliato il relitto e i serbatoi non trovando il previsto gasolio che però, sempre grazie ai rilievi fatti dagli uomini del Comsubin, non risultava fuoriuscito, ma semplicemente non presente al momento del naufragio. Sempre la ricognizione effettuata sul fondale, anche con personale tunisino che negli scorsi anni, per un programma di assistenza e cooperazione tra forze armate è stato proprio addestrato in Italia (per la parte subacquea al Varignano), ha fatto comprendere che la nave non può essere affondata per un incidente o un’avaria. Infatti gli organi di governo e altre strumentazioni risultano volutamente danneggiate e sabotate. Proprio per questo, dopo la scoperta effettuata sul relitto, l’intero equipaggio della petroliera, scampato al naufragio, è stato arrestato. L’ipotesi, al vaglio degli inquirenti tunisini, è che la nave fosse al centro di un traffico illecito dalla Libia, dove sarebbe andata, o dovuta andare, per caricare illegalmente gasolio destinato al mercato nero.

Non è comunque chiara la dinamica della vicenda e perché sia stato deciso di affondarla. Tra i compiti dei palombari del Varignano, anche se in questo caso l’obiettivo della missione era ben altro, vi è anche quello di raccogliere le prove necessarie in caso di indagine in cui la scena del delitto sia in fondo al mare. Ovviamente ora, passate le informazioni ai colleghi tunisini, l’inchiesta passa nelle mani dell’autorità locale.

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