L'effetto del virus peggiora con l'inquinamento? Lo studio che divide gli scienziati / FOCUS

"Ad ora non è stato dimostrato alcun effetto di maggiore suscettibilità al contagio al Covid-19 dovuto all'esposizione alle polveri atmosferiche», hanno scritto gli scienziati e più in là si era già spinto Luigi Lopalco, professore ordinario di Igiene presso l'Università di Pisa

Sanificazione in corso in Israele

Roma - Cresce il dibattito, e insieme a questo l'incertezza, sulla correlazione tra la diffusione del coronavirus e condizioni ambientali come la presenza di polveri sottili nell'aria o le variazioni climatiche. Allo studio, circolato nei giorni scorsi, della società di medicina ambientale (Sima) che sosteneva come l'inquinamento atmosferico di alcune zone della Pianura Padana potrebbe aver accelerato il contagio, ha risposto una nota informativa della Società italiana di aerosol (Ias), firmata da 70 scienziati di vari enti e istituzioni: un'affermazione del genere, hanno messo nero su bianco, non è attualmente verificata. «Ad ora non è stato dimostrato alcun effetto di maggiore suscettibilità al contagio al Covid-19 dovuto all'esposizione alle polveri atmosferiche», hanno scritto gli scienziati e più in là si era già spinto Luigi Lopalco, professore ordinario di Igiene presso l'Università di Pisa e capo per l'emergenza epidemiologica in Puglia, definendo «fantasiose» le ipotesi di un impatto maggiore dell'epidemia legato all'inquinamento.

Per la Ias, semplicemente, è prematuro fare affermazioni del genere e servirà approfondire ancora. Perché le conoscenze che si hanno, «sono ancora molto limitate e ciò impone di utilizzare la massima cautela nell'interpretazione dei dati disponibili». E se è vero che l'esposizione, più o meno prolungata, ad alte concentrazioni di polveri aumenta la suscettibilità a malattie respiratorie croniche e cardiovascolari e che questa condizione può peggiorare la situazione sanitaria dei contagiati, così come queste alte concentrazioni sono frequentemente osservate nel nord Italia, soprattutto nella pianura Padana in inverno, «tuttavia, ad ora non è stato dimostrato alcun effetto di maggiore suscettibilità al contagio» dovuto alle polveri. È su queste basi che gli assessori all'Ambiente di Lombardia e Emilia-Romagna, Raffaele Cattaneo e Irene Priolo, hanno invitato a non diffondere informazioni allarmanti.
Ma anche chi spera che, con l'arrivo del caldo, il contagio possa diminuire viene invitato alla cautela. Il coronavirus, infatti, non terrebbe conto delle variazioni climatiche. Almeno secondo uno studio «in costante evoluzione» illustrato da Massimiliano Fazzini, climatologo dell'Università di Camerino e coordinatore del Gruppo di esperti sul Rischio Climatico della Società Italiana di Geologia Ambientale (Sigea). «Da più parti si sono fatte svariate allusioni sull'incidenza della variabile temperatura - ha detto - evidenziando che il virus possa perdere di virulenza all'aumentare o al sensibile diminuire di tale parametro; alcuni divulgatori hanno curiosamente evidenziato che il virus morirebbe oltre i 27 gradi di temperatura. Ovviamente è quello che speriamo tutti». Ma dai primi parziali risultati di uno studio finalizzato alla conferma di tali evidenze o supposizioni, il quadro climatologico non ha influito in alcun modo.

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