Riconversione del polo siderurgico, a Taranto ora c’è in pista il Rina

Genova - Potrebbe essere il Rina il nuovo partner per la riconversione dell’ex Ilva di Taranto che il governo sta faticosamente cercando di traguardare. La trattativa con ArcelorMittal sull’ingresso di Invitalia in Am InvestCo per ora non registra progressi, mentre a Taranto l’attrito tra la multinazionale e il territorio aumenta

di Gilda Ferrari

Genova - Potrebbe essere il Rina il nuovo partner per la riconversione dell’ex Ilva di Taranto che il governo sta faticosamente cercando di traguardare. La trattativa con ArcelorMittal sull’ingresso di Invitalia in Am InvestCo per ora non registra progressi, mentre a Taranto l’attrito tra la multinazionale e il territorio aumenta, anche a seguito degli eventi di sabato, quando una forte ondata di vento ha colpito il siderurgico sollevando una grande quantità di polveri ferrose e minerali che si sono riversate sui quartieri vicini.

Il rapporto tra gestore e commissari si è complicato con le ispezioni effettuate sul sito pugliese, a valle delle quali sarà redatta una relazione: «Stiamo avendo molte difficoltà nel ricevere da ArcelorMittal i documenti che attestano quando e come sono stati fatti gli interventi di manutenzione degli impianti - spiegava ieri una fonte vicina al dossier - . Sono carte essenziali per capire se gli interventi previsti sono stati fatti o meno, quando e in che modo». In base a tali documenti e alle ispezioni effettuate, i commissari redigeranno una relazione finale. Ed è proprio su questa relazione - ma non solo - che è in corso un dialogo tra Rina e governo.

«I commissari intendono far certificare la relazione dal Rina», rivela una fonte vicina al dossier. Una seconda fonte conferma, spiegando che il confronto con il gruppo guidato da Ugo Salerno «è più ampio, riguarda anche il tema della riconversione industriale del siderurgico», un nodo che, com’è noto, ancora deve essere sciolto. Il governo promuove, per ora a parole, la decarbonizzazione di Taranto con un mix produttivo che contempli non solo altiforni, ma anche forni elettrici, senza rinunciare alle economie di scala della grande capacità produttiva (otto milioni l’anno) che solo l’altoforno 5, il più grande d’Europa, potrebbe garantire se fosse trasformato.

Mittal ha invece presentato un piano al ribasso (già bocciato dal governo) per sei milioni di tonnellate e 4.000 esuberi. La distanza tra le parti non si è ridotta e per ora nemmeno l’intenzione di far entrare Invitalia in Am InvestCo ha preso forma. A sbloccare lo stallo potrebbe essere Rina. In particolare Rina Consulting e il Csm, il Centro di sviluppo materiali nato nel 1968 in Finsider proprio per ridurre le distanze tecnologiche e la dipendenza dall’estero della siderurgia italiana: oggi il Centro arruola 300 persone che si occupano di ricerca industriale sui materiali, di progettazione e ingegnerizzazione di prodotti e processi tecnologicamente innovativi.

Secondo quanto risulta al Secolo XIX-the MediTelegraph, Rina potrebbe essere coinvolto «come consulente nel progetto di riconversione», a prescindere dalla permanenza o meno di ArcelorMittal in Italia. Intanto la multinazionale ha chiesto anche per Taranto le 13 settimane di Cig già chieste a Genova e Novi Ligure, mentre il vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans, è tornato a indicare l’idrogeno come «futuro verde» di Taranto.

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