Dalle infrastutture materiali a quelle digitali: come cambia la Via della Seta / FOCUS

Un report dell’International institute for Strategic studies ha messo l’accento sugli accordi bilaterali firmati da almeno 16 Paesi per l’accesso a tecnologie cinesi, progetti di ricerca congiunti, fondi per lo studio della cultura cinese, addirittura la fornitura di dispositivi di sicurezza e di sorveglianza per i regimi meno democratici o del tutto autoritari

di EMANUELE CAPONE

Genova - Nella primavera del 2018, Amazon aumentò di colpo il prezzo del servizio Prime in Italia, quello che permette di avere spedizioni gratuite e anche dà accesso a film e serie tv in streaming. Di colpo e di tanto: da 19,99 a 36 euro l’anno, un incremento di oltre l’80%. Ha potuto farlo perché negli anni si era costruita un mercato, una reputazione e un’ampia base di clienti ormai “dipendenti” dai suoi servizi. Agiva (agisce) praticamente in regime di monopolio.

L’esempio di un’azienda americana può essere utile per capire quello che altre aziende americane e molti governi temono stia facendo la Cina: “infiltrarsi” con la sua tecnologia, i suoi prodotti e le sue competenze nei mercati di Paesi storicamente partner dell’Occidente, dimostrarsi affidabile, renderli “dipendenti” e alla fine allontanarli dall’influenza degli Stati Uniti. Creando una sorta di Via della Seta “digitale” che affianchi quella reale, fra l’altro ostacolata da 4 anni di presidenza Trump negli Stati Uniti (il blocco di Huawei è sola la punta dell’iceberg).
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