Oto Melara, sindacati in campo: «Leonardo rinunci alla vendita»

La Spezia - No alla vendita della Business Unit Sistemi Difesa. La ex Oto Melara della Spezia, che dà lavoro a oltre 1500 persone tra dipendenti diretti e indotto. Cgil e Fiom della Spezia chiedono alla proprietà, Leonardo, di ritirare l’opzione vendita. E di aprire una discussione su «prospettive e investimenti», coinvolgendo l’azienda, i sindacati e la politica a ogni livello

di Laura Ivani

La Spezia - No alla vendita della Business Unit Sistemi Difesa. La ex Oto Melara della Spezia, che dà lavoro a oltre 1500 persone tra dipendenti diretti e indotto. Cgil e Fiom della Spezia chiedono alla proprietà, Leonardo, di ritirare l’opzione vendita. E di aprire una discussione su «prospettive e investimenti», coinvolgendo l’azienda, i sindacati e la politica a ogni livello. È palpabile il timore che per Oto Melara possa finire diversamente che per la Bu Automation. A Genova infatti «dopo oltre 40 ore di sciopero le lavoratrici e i lavoratori hanno vinto la loro battaglia. Leonardo ha annunciato il ritiro della vendita della Bu Automation. Una grande battaglia che ha visto la Fiom genovese in prima linea».

Adesso anche per la possibile vendita dello storico stabilimento spezzino Cgil e Fiom si aspettano una simile risoluzione. Perché, diversamente, la vendita rappresenterebbe una «operazione sbagliata e rischiosa». Ma non solo. «Ha senso vendere una Business Unit che nel 2021 ha realizzato ricavi record e ha in dote altrettanti ordinativi? Se veramente Leonardo vuole concentrare il core business nell’elettronica per la difesa può permettersi di cedere il dominio tecnologico e produttivo su un settore così importante per il Paese? È una scelta strategica o legata a necessità di fare cassa?», si chiedono il segretario generale della Cgil della Spezia Luca Comiti e Mattia Tivegna, segretario provinciale Fiom Cgil e Rsa Fiom Leonardo. Il sito spezzino sviluppa cannoni navali, carri armati e «anche importanti progetti legati a munizionamento guidato e sistemi di controllo navale e terrestre. Allora perché non investire valorizzando tali settori invece di vendere?». Eppure i segnali sembrano inequivocabili. E i tempi ormai stretti. «Sappiamo che da giorni ormai la due diligence procede a ritmo serrato in attesa che si arrivi alle proposte di acquisto vincolanti da parte dei possibili acquirenti, scenario che complicherebbe ulteriormente la situazione».

La vendita sarebbe «sbagliata» per il Paese, che perderebbe un ruolo nella futura difesa europea e la possibilità di partecipare a progetti comunitari come quello del Carro Armato Europeo: «Se veramente la volontà di Leonardo è quella di consolidare il già importante ruolo dell’Italia nel contesto europeo della difesa, allora si tolga dal tavolo l’opzione della vendita e si proceda con una fase di importanti investimenti, come accadrà per esempio per i 300 milioni di euro destinati al rilancio della divisione Velivoli. E si proceda eventualmente alla ricerca di partnership che vedano Leonardo e il nostro Paese in posizione leaderistica e che garantiscano continuità produttiva ed autonomia del management della Business Unit, elementi essenziali per garantire la tutela del patrimonio tecnologico, industriale ed occupazionale del nostro paese ed in linea con la direttiva recentemente emanata dal Ministro della Difesa Guerini – proseguono Comiti e Tivegna -. Siamo contrari a scenari in cui il possibile acquirente, sia esso italiano o straniero, decida di spacchettare le attuali quattro linee di produzione navale, terrestre, munizionamento e underwater Wass. Un'operazione che avrebbe pesanti ed inevitabili ricadute negative non solo alla Spezia – concludono -, ma anche sugli altri siti produttivi legati alla Business Unit come Livorno, Brescia, Pozzuoli oltre che su quelli indirettamente collegati ad esempio quello di Campi Bisenzio.

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