Rallenta ma resiste: la Via della Seta ai tempi del virus / IL CASO

"Molto probabilmente nei prossimi mesi Pechino si concentrerà sul sostegno dei consumi interni e delle industrie che soddisfano questa domanda, oltre ad assicurare la liquidità necessaria alle piccole e medie imprese, nel tentativo di stabilizzare l’occupazione" spiega Yu Jies della londinese Chatham House, un centro studi specializzato in analisi geopolitche

La Cina non rinuncia alla Via della Seta

di Marco Frojo

Milano - Cosa ne sarà della Via della Seta una volta che l’epidemia sarà cessata? Iniziano a chiederselo diversi esperti ed economisti, che concordano sul fatto che l’ambizioso progetto infrastrutturale varato da Pechino nel 2013 subirà inevitabilmente profondi cambiamenti. E questo nonostante la Cina si sia affrettata a dichiarare che tutto verrà portato avanti come previsto. A sostegno di questa affermazione ci sono i lavori che sono stati realizzati negli scorsi mesi, a pandemia già esplosa: in Cambogia è stato firmato un accordo per una diga, nel Myanmar per un parco logistico, mentre nel Laos è stato messo in cantiere un grande parco fotovoltaico. «Mantenere il commercio estero e gli investimenti esteri stabili è di vitale importanza, poiché l’economia cinese è ormai profondamente integrata in quella mondiale», ha dichiarato lo scorso 10 marzo Li Keqiang, il primo ministro cinese. Nonostante ciò, è piuttosto improbabile che la forte frenata dell’economia mondiale dovuta allo shutdown di più della metà della popolazione mondiale non lasci segni. A partire dall’economia della Repubblica Popolare che, secondo una recente previsione della World Bank, crescerà quest’anno solo del 2,3%, al ritmo più lento degli ultimi 44 anni.

«Molto probabilmente nei prossimi mesi Pechino si concentrerà sul sostegno dei consumi interni e delle industrie che soddisfano questa domanda, oltre ad assicurare la liquidità necessaria alle piccole e medie imprese, nel tentativo di stabilizzare l’occupazione - spiega Yu Jies della londinese Chatham House, un centro studi specializzato in analisi geopolitche - Di conseguenza la Belt and Road Initiative perderà di importanza agli occhi delle autorità cinesi e delle grandi società statali che ne sono il braccio operativo». D’altra parte già prima dei contagi da coronavirus l’economia cinese e i suoi investimenti all’estero avevano fatto registrare un significativo rallentamento. Il prodotto interno lordo l’anno scorso è cresciuto del 6,1%, il tasso più lento da diversi decenni, mentre gli investimenti all’estero sono crollati del 9,8%. Questo dato nasconde però al suo interno dinamiche molto diverse fra loro: mentre i capitali diretti versi l’Europa e il Nord America sono precipitati, quelli investiti in Asia, e in particolar modo nel Sud-est asiatico, sono scesi di poco o addirittura aumentati. Questo suggerisce che i Paesi vicini restano una priorità per il governo di Pechino. «La Via della Seta non finirà qui; è troppo importante per l’immagine del presidente Xi Jinping - afferma Jeremy Garlick, esperto di relazioni internazionali - Il progetto potrebbe però essere rimodulato e semplificato in base alla contrazione economica».

Questo significa che gli investimenti in Occidente verranno fatti in maniera molto più oculata ma non interrotti, anche perché sono di fondamentale importanza per sostenere gli utili e l’occupazione delle imprese cinesi e per consentire a Pechino di guadagnare peso sullo scacchiere globale. Il problema della disponibilità di fondi è già stato in parte affrontato: le autorità hanno allentato i requisiti di capitale per il settore bancario, liberando così 550 miliardi di yuan (77 miliardi di dollari) per ulteriore credito e la China Development Bank, che è sotto il controllo pubblico, si è detta pronta a sostenere le aziende legate al progetto Via della Seta che sono state colpite dal virus. Nel continente asiatico, poi, è assai probabile che si prosciugheranno i capitali occidentali, impegnati a salvare le economie domestiche, lasciando così campo libero alla Cina. La crisi potrebbe dunque rendere il Sud-est asiatico ancora più dipendente dal denaro cinese. «Mentre gli equilibri del mondo pre-coronavirus si stanno sbriciolando - conclude Garlick - la Cina ha la possibilità di costruire un nuovo ordine mondiale sulle ceneri del vecchio. Almeno in teoria». —

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