Quello che la Cina non dice sul coronavirus / IL CASO

Nonostante Pechino sia riuscita ad arginare l’epidemia in tempi piuttosto rapidi, il contraccolpo sull’attività economica è stato pesantissimo, come del resto anche in tutte le grandi economie occidentali

di Marco Frojo

Milano - Nonostante i suoi 1,3 miliardi di abitanti, la Cina non ha mai dovuto affrontare il problema della disoccupazione. La sua tumultuosa crescita economica ha sempre garantito sufficienti posti di lavoro e i temporanei rallentamenti della corsa, come in occasione della crisi seguita al fallimento di Lehman Brothers, non hanno mai creato seri problemi. Le cose potrebbero però stare diversamente oggi con la brusca frenata dovuta al coronavirus, che si è andata ad inserire su una congiuntura che mostrava già segni di rallentamento, anche in seguito alla guerra commerciale con gli Stati Uniti. Senza contare che l’economia cinese è oggi molto più matura rispetto a dieci o vent’anni fa, avendo ridotto il peso dell’export e aumentato quello dei consumi, ed è quindi più solida ma anche meno reattiva. Nonostante Pechino sia riuscita ad arginare l’epidemia in tempi piuttosto rapidi, il contraccolpo sull’attività economica è stato pesantissimo, come del resto anche in tutte le grandi economie occidentali: nei primi tre mesi dell’anno il prodotto interno lordo è crollato del 6,8%, facendo registrare la prima contrazione dal 1992, ovvero da quando l’ufficio di statistica ha iniziato a pubblicare i dati trimestrali. Il tasso di disoccupazione ufficiale non mostra altrettanta sofferenza ma rilevazioni indipendenti sostengono che si tratti di una calma solo apparente.

Secondo i dati comunicati dalle istituzioni cinesi, a marzo i senza lavoro ammontavano al 5,9% della popolazione in età da lavoro, in calo rispetto al 6,2% di marzo ma in progresso rispetto al 5,3% di gennaio. In base ai conteggi effettuati dalla banca d’affari Zhongtai Securities il tasso di disoccupazione reale sarebbe però del 20,5%, percentuale a cui corrispondono ben 70 milioni di disoccupati. Per Liu Chenjie, capo economista di Upright Asset, il conteggio arriverebbe addirittura a 205 milioni se si prendesse in considerazione la “disoccupazione frizionale”, ovvero il parametro che tiene conto anche di tutti coloro che stanno cambiando lavoro e, nel caso della Cina, dei cosiddetti “migranti rurali”, cioè coloro che dalla campagna si recano in città per lavorare e, in seguito alle difficoltà dei mezzi di trasporti, non sono più potuti tornare ad occupare il loro posto di lavoro. In entrambi i casi si tratta di fotografie con differenze abissali rispetto a quella ufficiale e di numeri decisamente più grandi rispetto alle due precedenti crisi del mercato del lavoro cinese, quella della fine degli anni Novanta, quando la riforma delle imprese statali portò a numerosi licenziamenti, e quella del biennio 2008-2009 all’indomani del crack di Lehman Brothers: nel primo caso persero il lavoro 25 milioni di persone, nel secondo 20 milioni (e anche in quel caso il tasso di disoccupazione ufficiale non registrò grosse variazioni, esattamente come adesso). In entrambi le crisi i disoccupati vennero però velocemente riassorbiti da un’economia in forte espansione.

La sfida oggi è quella di far ripartire il più velocemente possibile il settore privato, e in particolar modo quello dei servizi, che è quello dove trovano impiego la maggior parte dei cittadini cinesi. Anche perché Pechino non dispone di un efficiente ed esteso sistema di ammortizzatori sociali, non avendo mai dovuto farvi ricorso. Per Yao Wei, capo economista per la Cina della banca francese Société Générale, il sistema a sostegno dei disoccupati è “mal equipaggiato per far fronte all'enorme aumento della disoccupazione” e richiede un rapido miglioramento. Alcuni importanti cambiamenti sono già stati apportati nel mese di aprile ma resta da vedere se saranno sufficienti per far fronte a una situazione senza precedenti. Una situazione che mette a serio rischio il raggiungimento dell’obiettivo di eradicare la “povertà assoluta” entro la fine di quest’anno. Un risultato a cui Pechino lavora dal 2014 e che fino a pochi mesi fa sembrava a portata di mano.

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