L'atollo di Kiribati e le mire espansionistiche della Cina / LA STORIA

La Cina ha proposto l’effettuazione di un dragaggio in larga scala per riacquistare le terre “mangiate” dalle lagune

di Elisa Gosti

La Repubblica di Kiribati è uno dei paesi più “bassi” del mondo. Un’isola nel mezzo del Pacifico che, proprio per le sue caratteristiche geologiche, è connotata da un altissimo pericolo di inondazioni in correlazione al cambiamento climatico e al conseguente innalzamento del livello del mare. Quanto scritto è conosciuto ai più, ciò che invece viene meno diffuso è che la Repubblica di Kiribati rappresenta una location molto strategica dal punto di vista geopolitico e che Pechino l’ha capito benissimo. Per questo motivo la Cina ha proposto l’effettuazione di un dragaggio in larga scala per riacquistare le terre “mangiate” dalle lagune. L’obiettivo è quello di far raggiungere alle isole il livello degli atolli, destinando questi ultimi allo sviluppo industriale e alla realizzazione di due porti. La maggior parte dei lavori verrebbe effettuata dalla stessa flotta di unità per il dragaggio utilizzata da Pechino per la costruzione di isole artificiali nell’ambito della sua espansione aggressiva al largo della Cina meridionale: operazione che, quasi sicuramente, causerebbe la drastica distruzione delle barriere coralline di Kiribati. Kiribati si trova nel centro geografico del Pacifico, abbracciando nel contempo l’equatore e il meridiano dei 180 gradi di longitudine: è il solo paese al mondo ad estendersi contemporaneamente sui quattro emisferi terrestri. Il suo territorio include 32 atolli corallini e un’isola rialzata di coralli.

Kiribati è formata da tre distinti gruppi di isole – le isole Gilbert a occidente, le isole Line a oriente e le Phoenix al centro – con zone economiche separate ed esclusive. Tali zone economiche esclusive coprono 3,5 milioni di chilometri quadri, circa la metà della superficie dell’Australia e ospitano alcuni degli stock potenzialmente sostenibili rimasti di tonni e altri pesci migratori, così come un fondale marino ricco di minerali. La superficie terrestre di tutte le isole, nell’insieme, è di soli 800 chilometri quadri e la popolazione conta circa 120mila unità. Nel settembre 2019 il governo di Kiribati ha spostato la propria rappresentanza diplomatica da Taiwan alla Cina, tra pesanti accuse di aver ceduto alle pressioni di Pechino. Nel frattempo il Tkp (Tobwaan Kiribati Party), incolpato di pesanti irregolarità elettorali da parte di tutte le fazioni politiche, si è assicurato un altro mandato di governo di quattro anni. Il futuro del paese è descritto nel manifesto di sviluppo nazionale messo a punto dal Tkp, il “Kiribati 20-year vision”, che prevede l’integrazione di Kiribati nell’ambito della Belt and Road Initiative cinese, dando assoluta priorità alla realizzazione di due hub di transhipment in un paese che non ha un mercato economico adatto a sostenere strutture di questo tipo.

Come scritto, gli atolli di Kiribati dispongono di una limitata area terrestre e, soprattutto, si trovano solo pochi metri sopra il livello marino. Proprio a questo proposito la “Kiribati 20-year vision” propone un’azione in larga scala per il recupero delle terre. L’obiettivo dichiarato è quello di creare le condizioni per uno sviluppo commerciale e industriale e, chiaramente, proteggere le isole dai rischi che possono derivare dal cambiamento climatico e dalle sue conseguenze sull’innalzamento dei mari. Impossibile non osservare come il tutto faciliterebbe il controllo della Cina in settori diversificati, consentendole vantaggi dal punto di vista geopolico ed economico. Lo sviluppo di Kiribati, infatti, fa parte della cosiddetta “Pacific-wide Chinese strategy” che prevede il controllo di buona parte degli atolli del Pacifico.

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