Bilancio e Recovery Fund, il veto di Ungheria e Polonia manda in tilt l'Europa

Il rischio sempre più tangibile è infatti che l'Unione finisca in esercizio provvisorio di bilancio e con sostanziali ritardi anche per l'esborso delle risorse del Recovery

Viktor Orban

Bruxelles - Finita una crisi, ne inizia un'altra. La nuova battuta d'arresto per il pacchetto da oltre 1.800 miliardi, che comprende il Bilancio Ue ed il Recovery Fund, questa volta è arrivata col veto di Polonia e Ungheria, in uno showdown annunciato, che lascia l'Unione di nuovo in bilico. E mentre Berlino studia le prossime mosse, dell'ennesimo stallo si parlerà domani alla videoconferenza dei ministri degli Affari europei, in vista della riunione virtuale dei leader di giovedì 19 novembre, originariamente convocata dal presidente del Consiglio, Charles Michel, sul tema Covid, ma che vista la posta in gioco, sarà monopolizzata dai tentativi di sbloccare il nuovo impasse.

Il rischio sempre più tangibile è infatti che l'Unione finisca in esercizio provvisorio di bilancio e con sostanziali ritardi anche per l'esborso delle risorse del Recovery. Il teatro del nuovo scontro è stato il Coreper, la riunione dei 27 ambasciatori presso l'Unione, chiamati dalla presidenza di turno tedesca a dare il via libera politico agli accordi preliminari raggiunti dai negoziatori di Consiglio e Parlamento europeo su Budget 2021-2027 e Risorse proprie. Dossier sui quali è necessario un assenso unanime, presi in ostaggio da Budapest e Varsavia come ritorsione, perché non hanno invece potuto bloccare il provvedimento che stava loro più a cuore, ovvero l'ok all'intesa sulla condizionalità che subordina l'erogazione dei fondi dal Bilancio europeo al rispetto dello stato di diritto. Dossier che richiede la maggioranza qualificata, più facile da raggiungere.

«Deluso» si è detto il commissario europeo al Bilancio, Johannes Hahn richiamando alla «responsabilità», mentre Pd e M5S hanno evidenziato come «gli amici europei di Salvini e Meloni» hanno dimostrato ancora una volta «la loro vera natura di anti-italiani e anti-europei».

La resa dei conti era nell'aria da settimane. Viktor Orban e Mateusz Morawiecki, a capo di esecutivi già finiti nel mirino di Bruxelles per le loro riforme illiberali, avevano puntato i piedi in tutti i modi di fronte alla condizionalità sullo Stato di diritto. Lo avevano fatto sapere con dichiarazioni a mezzo stampa, ripetute in due distinte lettere inviate alla Commissione nei giorni scorsi, ed il portavoce di Orban, Zoltan Kovacs, lo aveva confermato anche stamani in un'intervista, nonostante i tentativi di convincimento della cancelliera Merkel. Tanto che Kovacs subito dopo il veto si è affrettato a twittare: «eravate stati avvertiti». In realtà secondo alcuni osservatori, Ungheria e Polonia hanno poco da cantare vittoria, e la mossa al Coreper è solo un bluff. L' ok alla condizionalità sullo stato di diritto infatti è stata confermato.

Ora basta una procedura scritta (anche in questo caso a maggioranza qualificata) per l'adozione formale e poi il dossier potrebbe arrivare al Parlamento europeo già in occasione della plenaria della prossima settimana, per la ratifica finale, che la trasformerà in legge. Questo significa che anche in caso di esercizio provvisorio del Bilancio, la norma potrebbe essere applicata ed i fondi potrebbero essere bloccati, in qualsiasi caso, se i due Paesi non rispetteranno le regole democratiche a fondamento dell'Unione.

A questo si aggiunge il fatto che sia Orban che Morawiecki hanno bisogno delle risorse europee per mantenere il consenso elettorale, risorse che verrebbero a mancare se ci fosse un esercizio provvisorio del bilancio. Berlino tutto questo lo sa, e Frau Merkel è pronta a giocare le sue carte.

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