Incidente della portacontainer a Suez, accuse all’Egitto

La “Ever Given”, una delle navi portacontainer più grandi del mondo, rimase incastrata per sei giorni lungo il canale a causa dei venti forti, lo scorso 23 marzo, bloccando il passaggio in entrambe le direzioni

Il canale di Suez

di Alberto Ghiara

Mentre vanno avanti le trattative e i procedimenti legali e assicurativi sull’incidente della “Ever Given” nel canale di Suez, emergono elementi che segnalano un cambiamento di prospettiva. L’Egitto, che era partito con un atteggiamento rivendicativo, chiedendo circa un miliardo di dollari per i danni subiti, è adesso molto più sulla difensiva. Da un lato, la richiesta di danni sarebbe scesa a 600 milioni. In secondo luogo, l’Autorità del canale vuole allargare tratti più ampi del canale, implicito riconoscimento dei limiti stessi dell’infrastruttura, che potrebbero aver favorito l’evento. In terzo luogo, la società proprietaria della nave è passata al contrattacco, affermando che, sebbene l’Autorità del canale abbia deciso di tenere sotto sequestro la nave in attesa di essere risarcita, in realtà sarebbe anch’essa responsabile dell’incagliamento per i comportamenti tenuti da suoi funzionari in quell’occasione.


La “Ever Given”, una delle navi portacontainer più grandi del mondo, rimase incastrata per sei giorni lungo il canale a causa dei venti forti, lo scorso 23 marzo, bloccando il passaggio in entrambe le direzioni. I legali della compagnia Shoei Kisen, proprietaria della nave, sostengono che l’Authority fu responsabile di quanto successo, avendo permesso l’ingresso della nave nel canale nonostante le cattive condizioni atmosferiche. Un membro dello staff legale della società, Ahmed Abu Ali, ha spiegato all’agenzia “Reuters” che l’Authority non avrebbe saputo provare nessuna colpa da parte della nave.

Secondo Abu Ali, le registrazioni della nave che sono state presentate al tribunale testimoniano disaccordo fra i piloti del canale a bordo e il loro centro di controllo, riguardo al fatto se la nave dovesse o meno entrare nel canale. La tesi è che la nave avrebbe dovuto essere accompagnata almeno da due rimorchiatori di dimensioni adatte, “ma questo - ha aggiunto il legale - non è successo”. In dichiarazioni pubbliche, l’AUtorità del canale aveva negato qualsiasi responsabilità nell’incidente.


Lo staff legale della società giapponese è inoltre andato contro la misura di sequestro della nave, sostenendo che non è ben motivata dal punto di vista giuridico. Uno degli elementi riguarda la pretesa di risarcimento avanzata dall’Authority per le operazioni di salvataggio. Secondo Shoei Kisen quello messo in campo non era “un salvataggio nel corretto significato giuridico” e quindi la pretesa non avrebbe basi. Si trattava invece di un’incombenza già prevista e dovuta nel contratto di attraversamento del canale. La società chiede quindi a sua volta una cifra iniziale di 100 mila dollari per il danno subito dalla detenzione della nave.
Un paio di settimane fa l’Authority aveva ridimensionate le sue richieste di danni, facendole scendere da 916 milioni a 600 milioni di dollari. L’assicuratore della nave, il P&I britannico Uk Club, aveva contestato la richiesta iniziale e considera eccessiva anche la nuova cifra, nonostante il consistente taglio. Pochi giorni dopo il ridimensionamento della richiesta, il governo egiziano ha approvato un piano di espansione del canale.

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