«Ilva, l’organico non si fissa con un contratto» / INTERVISTA

Genova - «La vendita di un’azienda non può prescindere da un accordocon i lavoratori». Dopo che Il Secolo XIX-the MediTelegraph ha rivelato i contenuti del contratto di affitto e acquisto di Ilva siglato da Am InvestCo e i commissari, Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, dice che quel documento non lo «scandalizza»

di Gilda Ferrari

Genova - «La vendita di un’azienda non può prescindere da un accordo con i lavoratori». Dopo che Il Secolo XIX-the MediTelegraph ha rivelato i contenuti del contratto di affitto e acquisto di Ilva siglato da Am InvestCo e i commissari, Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, dice che quel documento non lo «scandalizza» e spiega perché è «il punto di partenza della trattativa con il sindacato».


L’accordo tra Am e commissari prevede organici e discontinuità.

«Ma queste sono materie che non possono essere regolate inaudita altera parte, senza ascoltare l’altra parte: i lavoratori mica stanno lì a subire... Certo, quel documento li mette in una situazione più difficile. Il vero significato del contratto è un’affermazione di principio di Mittal, che però ha un valore negoziale: l’acquirente dice “io compro a queste condizioni”. Bene, queste condizioni purtroppo non ci sono. E allora cosa fai, non compri più?».

Il contratto è il punto di partenza della trattativa?

«Non esiste compravendita di azienda senza un accordo sindacale, Mittal lo sa bene. È impensabile fare una cosa così importante come l’acquisizione di Ilva senza l’accordo con i lavoratori e le loro rappresentanze sindacali».

Inserire organici e discontinuità nel contratto è stato un errore?

«Quegli elementi non mi scandalizzano, tra compratore e venditore ci possono stare. Il punto è che non basta scriverlo su un contratto perché la cosa si avveri. La cessione di azienda la devi fare con il consenso dei lavoratori, è un obbligo di legge, c’è una procedura specifica. Su un contratto puoi scrivere tutto quello che vuoi, ma poi devi rispettare la legge».

Secondo il sindacato la discontinuità del rapporto di lavoro non è un obbligo imposto dall’Ue ma solo uno degli elementi valutati nell’ambito degli aiuti di Stato.

«Certo. La legge italiana dice addirittura il contrario: senza il consenso dei lavoratori, è garantita la continuità lavorativa nelle cessioni di azienda, anche se quella di Ilva avviene in ambito di amministrazione straordinaria. La discontinuità contrattuale non la conquisti per contratto col venditore, ma nella trattativa sindacale perché il bene disponibile è nelle mani dei lavoratori. Tanto più che prima della vendita c’è l’affitto degli asset...».

Lo sciopero sarà contro il governo, più che contro l’acquirente. Secondo lei, Calenda ha commesso errori?

«Ha voluto accelerare sul contratto per partire da un punto fermo, ma non lo considero un errore. Meglio avere un ingaggio da parte di Mittal (sia pure con clausole che sono oggetto di trattativa sindacale) che non averlo. Va bene aver portato a casa un accordo che dice che Mittal compra Ilva, sapendo però che ciò che è scritto sul contratto è subject to, soggetto alla legge».

Sarebbe stato utile sottoporre il contratto ai sindacati prima di firmarlo?

«In condizioni normali sì, ma si era in condizioni straordinarie e c’era la necessità di agganciare l’acquirente».

Ora però il dossier è in stallo, il sindacato non accetta quelle condizioni.

«Esercita una legittima autonomia che gli deriva dalla legge. I desiderata dell’acquirente inseriti sul contratto andranno negoziati. E al tavolo ogni parte deve assumersi le sue responsabilità».

Discontinuità formale e sostanziale possono convivere?

«L’acquirente può essere liberato dalle cause pregresse dei lavoratori, ma riconoscere anzianità, ruoli, istituti».

L’organico a 10mila?

«Pure quello andrà negoziati, non può essere deciso per contratto e unilateralmente».

La trattativa si riaprirà?

«Non lo so, spero prevalga il senso di responsabilità di tutti, Mittal e sindacati».

Come giudica il piano di cessioni presentato da ArcelorMittal all’Europa per superare lo scoglio Antitrust?

«Dettato dall’impostazione dirigista e astratta della commissaria Vestager».

Mi spieghi meglio.

«Ci sono tre cluster di vendita: Galati e Magona, Ostrava e centri di servizio europei, Dudelange e le linee di Liegi. La commissione Ue impone di legare upstream (lavorazioni a caldo) e downstream (verticalizzazioni), i cluster vanno venduti in blocco. Mi chiedo: perché Galati e la Magona vanno ceduti insieme?, se voglio comprare la Magona perché devo prendermi anche Galati?».

Uno schema astratto.

«Astratto e dirigista. ArcelorMittal metterà tutto dentro un blind trust e poi si chissà. Vedremo quanto tempo ci resteranno gli asset nel trust, prima di essere venduti».

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