ArcelorMittal azzera gli integrativi contrattuali. Lavoratori sul piede di guerra

I mille addetti dello stabilimento di Cornigliano hanno proclamato lo stato di agitazione, dopo aver scoperto che nel 2020 l’azienda ha fatto decadere il contratto integrativo per tutti i 10.700 addetti del gruppo

Un dipendente dell'ex Ilva di Genova

di Gilda Ferrari

Genova - Si forma a Genova la prima crepa della trattativa tra governo e ArcelorMittal sul nuovo progetto industriale che la decisione dei giudici del Riesame sull’altoforno 2 ha riportato sui binari. I mille addetti dello stabilimento di Cornigliano hanno proclamato lo stato di agitazione, dopo aver scoperto che nel 2020 l’azienda ha fatto decadere il contratto integrativo per tutti i 10.700 addetti del gruppo, nonostante nel 2019 fosse stato avviato un confronto con i sindacati che poi non è proseguito a causa dello strappo sul contratto di cessione dell’ex Ilva tra la multinazionale e l’esecutivo. Il contratto integrativo incide sul salario in misura rilevante, regolamentando una serie di attività, mansioni e indennità: dalle maggiorazioni di turno, festività e straordinario ai permessi per donare il sangue, alle chiamate sul lavoro. Vengono cancellate, denuncia il segretario di Uilm Genova Antonio Apa, «una serie di voci salariali migliorative, con una perdita secca del 30 per cento di salario per i lavoratori». Immediata la reazione della rsu dello stabilimento di Cornigliano. Fim, Fiom e Uilm hanno dichiarato lo stato di agitazione e si dicono pronte allo sciopero da lunedì.

«I lavoratori di Genova non accetteranno ulteriori sacrifici e proclamano lo stato di agitazione, pronti ad ogni azione di lotta necessaria - si legge sul volantino -. Da un lato ArcelorMittal ha aperto la procedura di cessione dei lavoratori ad Ilva As e recede dal contratto di affitto, ma contemporaneamente non riconosce i diritti conquistati negli anni passati». I segretari locali dei metalmeccanici hanno informato le segreterie nazionali: ieri in serata è partita la lettera con cui Marco Bentivogli (Fim), Francesca Re David (Fiom) e Rocco Palombella (Uilm) chiedono un incontro «in tempi rapidi sugli istituti contrattuali, considerati sinora senza soluzione di continuità». La buona notizia arrivata dai giudici del Riesame, che permette all’altoforno 2 di restare in attività, insomma, non basta a spianare la strada alla trattativa che governo, Mittal e Ilva As stanno conducendo sul nuovo progetto industriale teso a permettere il rilancio del siderurgico attraverso l’inserimento di forni elettrici e produzione di preridotto (combustibile), un forte ridimensionamento dell’impegno economico-finanziario della multinazionale e l’ingresso dello Stato nella società. La tensione resta alta e la disdetta dell’integrativo è considerata dai sindacati una fuga in avanti, a danno dei lavoratori, da parte di uno dei protagonisti del delicato negoziato nazionale. A Genova, inoltre, i delegati sindacali lamentano lo stato di abbandono in cui versano gli stabilimenti. L’ultimo episodio, denunciato dalla rsu ieri, riguarda il medico competente, una figura prevista per legge che per il 2020 non è stata nominata.

Secondo il Mef il mancato spegnimento dell’Afo 2 di Taranto faciliterà la trattativa, ma «sarebbe davvero negativo - avverte Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl - non coinvolgere le organizzazioni sindacali nel processo di trasformazione, significherebbe non riconoscere i lavoratori e i loro sacrifici». Il prossimo incontro dovrebbe tenersi venerdì al ministero. «Vediamo - ha commentato il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia -. L’idea è quella di sempre, vale a dire che l’ Ilva sia un grande asset per il Paese». —

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