Frutta: la domanda cresce, l'export dell'Italia no

Genova - Il consumo di ortofrutta aumenta in tutto il mondo. Per gli esperti, nei Paesi in via di sviluppo crescono le classi medie, conformandosi al gusto occidentale

di Alberto Ghiara

Genova - Il consumo di ortofrutta aumenta in tutto il mondo. Per gli esperti, nei Paesi in via di sviluppo crescono le classi medie, conformandosi al gusto occidentale.

Secondo una ricerca Euromonitor, il consumo mondiale di ortofrutta crescerà da 2,1 miliardi di euro nel 2015 a 4,8 miliardi nel 2030. A fare la parte del leone sono il Medio Oriente (da 294 a 624 milioni di euro di consumo) e soprattutto l’Asia (da 966 milioni a 2,7 miliardi di euro, sempre fra 2015 e 2030) che rappresenterà quindi il 56% del consumo mondiale. Opportunità che l’Italia - a differenza del concorrente più diretto, la Spagna - fatica a cogliere, come avverte Giorgio Scalise, esperto di Sg Marketing, intervenuto all’incontro Protagonisti dell’ortofrutta italiana, ottava edizione di uno dei maggiori appuntamenti nazionali del settore, organizzato quest’anno dal Corriere ortofrutticolo a Genova. Nel suo intervento, l’esperto ha sottolineato come «la Spagna esporta il 50% della propria produzione, l’Italia soltanto il 17%», aggiungendo che mentre immaginiamo la conquista di nuovi Paesi a cui proporre i nostri prodotti «stiamo perdendo i nostri mercati tradizionali per l’esportazione di ortofrutta fresca. Fra 2016 e 2018, secondo dati Ismea, verso la Germania il calo è stato del 13,2%, verso il Regno Unito del 4,9%, verso l’Austria del 26,5%». La tendenza è continuata nei primi 10 mesi del 2019, secondo Fruitimprese: l’export italiano ha perso 133 milioni di euro.

Una debolezza, quella relativa all’internazionalizzazione, che è stata confermata anche da Corrado Giacomini, economista agrario dell’Università di Parma: «In Canada fino all’anno scorso arrivavano le arance dalla Florida. Adesso arrivano dalla Spagna» nonostante sia tutta l’Unione europea, quindi Italia compresa, ad aver firmato l’accordo commerciale Ceta.

Alla vigilia del Fruit Logistica di Berlino, il più importante appuntamento internazionale del settore, l’agroalimentare italiano punta al rilancio dell’export attraverso una maggiore integrazione fra produzione, migliore logistica (più treno e meno gomma), lavorazione del prodotto e packaging: «Con la globalizzazione - dice Giovanni Vassallo, presidente di Sgm, la società che gestisce il mercato generale di Genova Bolzaneto - quella agricola è diventata un’unica filiera che integra produzione, trasporto e logistica in un sistema comune. Genova, col suo porto, gioca un ruolo fondamentale per il nostro Paese».

Secondo un recente studio di Nomisma, commissionato fra gli altri da Confagricoltura, per il porto di Genova transita l’80% dei prodotti agricoli italiani in esportazione. Per esempio, passa di qui tutto il parmigiano reggiano destinato a Paesi extra-Ue. E stanno cambiando anche le abitudini di consumo, dando sempre più importanza alla trasformazione dei prodotti e al packaging: «Le famiglie italiane - aggiunge Scalise - dedicano 37 minuti al giorno alla preparazioni dei pasti e 29 minuti per mangiare. Vogliono prodotti facili. Si vende più frutta secca, ma cresce quella già sgusciata rispetto a quella col guscio: è un cambiamento epocale. Il 30,2% degli italiani ordina cibo pronto a domicilio, ma come alternativa alla spesa, non al ristorante». In questo scenario non si compete solo con una logistica migliore, ma anche con «prodotti facili da consumare, di qualità, di forte richiamo anche estetico. E unici, a filiera sostenibile e totalmente controllata, salutisti, biologici, locali».

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