ArcelorMittal, la memoria difensiva in vista dell'udienza del 7 febbraio

Taranto - "Pur nella ipotesi in cui si ritenesse che la protezione legale tutelasse soltanto condotte volte specificamente ad attuare il piano ambientale, sarebbe impossibile eseguire il contratto" lo dicono gli avvocati di ArcelorMittal nella replica di difesa presentata al Tribunale di Milano in vista dell’udienza del 7 febbraio

Taranto - "Pur nella ipotesi in cui si ritenesse che la protezione legale tutelasse soltanto condotte volte specificamente ad attuare il piano ambientale, sarebbe impossibile eseguire il contratto perché le obbligazioni di entrambi le parti includono le attività e le misure di tutela ambientale e sanitaria previste nel Piano ambientale. Peraltro l’attività produttiva nello stabilimento di Taranto e l’attuazione del Piano ambientale sono geneticamente, esecutivamente e funzionalmente inscindibili". Lo dicono gli avvocati di ArcelorMittal nella replica di difesa presentata al Tribunale di Milano in vista dell’udienza del 7 febbraio, memoria che Agi ha avuto modo di visionare. ArcelorMittal con l’atto di citazione presentato a Milano chiede il recesso dal contratto di fitto dell’ex Ilva adducendo una serie di ragioni. I commissari hanno risposto con un ricorso cautelare urgente finalizzato a bloccare l’uscita di ArcelorMittal: "La protezione legale - si specifica nella memoria di ArcelorMittal - tutelava lo stesso esercizio dell’attività industriale che è così divenuto impossibile in conseguenza della sua abrogazione". Nella memoria, gli avvocati scrivono inoltre che "Am ha continuato a gestire l’impianto solo perché ha aderito alla richiesta formulata dal presidente del Consiglio dei ministri di mantenere il normale funzionamento degli impianti e garantire la continuità produttiva durante la negoziazione di un nuovo contratto con il Governo e i commissari straordinari" anche in base all’invito formulato dal Tribunale di Milano con decreto del 18 novembre scorso. E comunque AmInvestco, società di ArcelorMittal, "ha precisato che il proprio impegno era subordinato all’assenza di provvedimenti penali ostativi o che, comunque, comportino il serio e concreto rischio di sanzioni penali. Eliminata la protezione legale, l’attività dell’affittuario è costantemente è inevitabilmente esposta a contestazioni che possono giustificare l’imposizione di quegli stessi vincoli (in primis i sequestri penali causati da problemi ambientali) al cui venir meno è condizionata l’obbligazione di acquisto" scrivono gli avvocati di ArcelorMittal. "L’eliminazione della protezione legale - si asserisce - rende impossibile il verificarsi delle condizioni a cui è subordinato il trasferimento dei rami di azienda che è il fulcro della intera operazione. La protezione legale - si scrive ancora - è un requisito essenziale e un presupposto logico di efficacia del contratto così che la relativa abrogazione ha fatto venire meno il presupposto che giustificava il presupposto giuridico.

 

"Non detta la verità sull'Altoforno 2"

«Si ribadisce che Ilva ha fornito una rappresentazione alterata dei presupposti di fatto rilevanti" dell’operazione atta a "viziare il processo formativo della volontà negoziale di Am". Lo scrivono gli avvocati di ArcelorMittal nella nuova memoria presentata al Tribunale di Milano, nel punto in cui contestano il dolo ai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria.

Una delle motivazioni del dolo, è la vicenda dell’altoforno 2,per la quale la multinazionale imputa a Ilva il fatto di non aver descritto le reali condizioni dell’impianto, ovvero che era soggetto ad un nuovo sequestro senza facoltà d’uso da parte della magistratura di Taranto con conseguente spegnimento. Rischio poi scongiurato il 20 settembre e il 7 gennaio scorsi con due distinti pronunciamenti del Tribunale del Riesame di Taranto che ha accolto i ricorsi presentati dai legali di Ilva in amminisrtrazione controllata. Gli avvocati di ArcelorMittal ribadiscono il "dolo omissivo" in quanto "le informazioni di cui si discute riguardano tematiche che sono state oggetto di (quantomeno insufficiente) disclosure nella fase precontrattuale". Per gli avvocati, quanto evidenziato giustifica "l’annullamento del contratto per dolo delle ricorrenti a prescindere da quanto disposto nell’ordnanza del 7 gennaio 2020 del Tribunale del Riesame di Taranto su Afo2".

 

"Diffamatorio accusarci di danni agli impianti"

Gli avvocati di ArcelorMittal ritengono "diffamatori" gli "asseriti danni a impianti di interesse strategico nazionale derivanti dalla presunta mala gestio di Am o dalle modalità con cui avrebbe inteso restituirli a Ilva". Nella memoria depositata al Tribunale di Milano, gli avvocati scrivono, a supporto della loro tesi, che "i commissari straordinari", quelli di Ilva che resta proprietaria degli impianti mentre ArcelorMittal è gestore in fitto, "non hanno insistito per la discussione e decisione del presente giudizio cautelare nemmeno dopo la scorsa udienza". Ci si riferisce a quella fissata il 20 dicembre a Milano, che era già uno slittamento di quella (la prima) del 27 novembre. Udienza del 20 dicembre rinviata al 7 febbraio anche perché è intervenuto in quella sede un preaccordo tra ArcelorMittal e Ilva in as col quale le parti si impegnavano a negoziare il riassetto della società per tutto gennaio. Ma per gli avvocati di ArcelorMittal "nessun ragionevole operatore (tantomeno dei commissari di nomina governativa) lascerebbe degli impianti di interesse strategico nazionale per oltre due mesi nelle mani di uno spregiudicato imprenditore pronto a sabotarli e a danneggiarli". Per gli avvocati, "è ormai altrettanto evidente che le modalità di riconsegna degli impianti programmate da Am erano specificatamente atte a preservarne l’integrità in pendenza della retrocessione dei rami di azienda".

 

"Disposti a concordare la restituzione di rami d'azienda"

"Am, andando ben oltre i propri obblighi contrattuali, sarebbe disposta a concordare - in buona fede e anche sotto la supervisione dell’ecc.mo giudicante - le modalità per garantire la più agevole restituzione dei rami di azienda e venire incontro alle esigenze di Ilva (mentre quest’ultima si è limitata ad opporre il proprio pervicace rifiuto a riprendere la gestione)" scrivono gli avvocati di ArcelorMittal nella nuova memoria presentata al Tribunale di Milano contro Ilva. Per i legali inoltre, "quand’anche il temporaneo spegnimento degli impianti avesse qualche ripercussione, non sussiste alcun elemento idoneo a dimostrare un pericolo imminente e irreparabile per lo stabilimento che giustifichi l’intervento cautelare ex art. 700 c.p.c". Si osserva infine che "i lamentati rallentamenti della capacità produttiva sono dipesi da fattori indipendenti dalla volontà di Am, fra cui le vicende relative ad Afo2 e il generale andamento del ciclico mercato dell’acciaio e le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime conseguenti al sequestro del Molo 4".

Si tratta del molo adibito allo scarico delle materie prime, sequestrato dalla Procura di Taranto dopo la tragedia di metà luglio, quando una tromba d’aria fece crollare in parte una gru provocando la caduta in mare e la morte dell’operatore che era nella cabina di guida. Sporgente a tutt’oggi sequestrato.

 

"Non è colpa nostra se i problemi rimangono irrisolti"

"Il rischio di frustrare lo scopo al quale era finalizzata la lunga procedura competitiva per la vendita dei rami di azienda e lasciare irrisolte le situazioni ambientali delle aree interessate non deriva da condotte di Am, bensì da una precisa scelta governativa e politica diretta alla riconversione e riqualificazione industriale" dello stabilimento di Taranto, attuata anche attraverso l’eliminazione della protezione legale, ossia delle "condizioni per la realizzazione dell’originario piano ambientale (e del piano industriale) nello stabilimento e nella area a caldo".

Lo scrivono gli avvocati di ArcelorMittal Romano Vaccarella, Giuseppe Scassellati Sforzolini, Ferdinando Emanuele, Roberto Bonsignore, Francesca Gesualdi, Roberto Argeri, Francesco Iodice e Andrea Mantovani nella memoria di 67 pagine presentata al Tribunale di Milano. Per i legali, "è soltanto da queste scelte legislative (adottate in piena coscienza delle loro conseguenze sull’attività degli stabilimenti tarantini), come dall’ingiustificato rifiuto di accettare la restituzione dello stabilimento da parte delle ricorrenti, Ilva in as, e dall’indisponibilità governativa di trovare una soluzione a livello istituzionale, che deriverebbero i rischi paventati nel ricorso e nella memoria avversari a preteso (e insussistente) fondamento delle domande cautelari".

 

"Nessuna insofferenza per l'interesse pubblico"

"Lungi dal manifestare »insofferenza per l’interesse pubblico, Am ha soltanto rilevato che quest’ultimo non può giustificare la violazione delle generali regole sul contraddittorio nel processo civile; anzi, è anche nell’interesse pubblico che tali regole devono essere rispettate": scrivono ancora gli avvocati di ArcelorMittal, contro Ilva in as che nella sua memoria, presentata giorni fa, aveva appunto addebitato alla multinazionale "insofferenza" per l’interesse pubblico e ciò perchè la stessa Procura ha preso posizione sul contenzioso tra ArcelorMittal e Ilva in as. Per gli avvocati, "le dichiarazioni rese al pubblico ministero" - ci si riferisce alle persone ascoltate a novembre scorso dopo l’apertura delle due inchieste da parte delle Procure di Milano e Taranto - "non hanno alcuna valenza probatoria privilegiata perché il pubblico attesta soltanto che sono state rese è certamente non attesta certamente la loro intrinseca veridicità, che semmai spetta al giudice del processo penale verificare nel contraddittorio fra le parti". I legali di ArcelorMittal contestano poi i ricorsi ad adiuvandum presentati da Regione Puglia, Comune di Taranto e Codacons perché "non hanno chiarito, neppure nelle memorie autorizzate, quale sarebbe il loro necessario rapporto giuridico sostanziale con le ricorrenti che sarebbe pregiudicato dal rigetto del ricorso, essendosi limitati a ribadire la propria natura di enti esponenziali di interessi pubblici o collettivi".

 

"Una mistificazione dire che nulla è successo"

"Non occorre essere giuristi di chiara fama (quali sono gli autori dei pareri prodotti da Am, ai quali la ricorrente non è riuscita a contrapporre una sola riga) per capire che la protezione legale - attenendo all’attività produttiva in se e non soltanto all’attività esecutiva del piano ambientale - non aveva, e non ha, bisogno alcuno di essere esplicitamente menzionata nella clausola del recesso". Lo sostengono gli avvocati di ArcelorMittal nella nuova memoria di difesa consegnata al Tribunale di Milano. Per i legali, "il passaggio da 'protetta' a 'meramente lecita' dell’attività produttiva - ed era 'protetta' anche nel corso della procedura di gara! E poi al momento dell’aggiudicazione! E infine al momento della stipula di entrambi i contratti! - è tale da alterare profondamente (ben più profondamente di una modifica del Piano ambientale!) l’assetto del contratto. Costituisce - scrivono ancora gli avvocati - una banale mistificazione (stavolta il termine è pertinente) sostenere che nulla è successo perché, in se considerato, il piano ambientale è rimasto immutato". Per i legali, "più che una misitificazione, poi, è una vera e propria assurdità affermare che il cosiddetto Scudo penale è neutro ed estraneo alla gestione industriale dello stabilimento di Taranto".

 

Ags ferma i lavori, timori per 150 persone

La direzione aziendale di Alliance Green Services Italia Srl (Ags), società multiservizi del gruppo ArcelorMittal, operante nell'appalto, con circa 150 dipendenti, ieri sera ha comunicato ai sindacati la sospensione immediata delle lavorazioni nello stabilimento siderurgico. Lo comunicano Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltrasporti e Usb, annunciando un sit-in per lunedì 3 febbraio, dalle 7 alle 13, davanti alla portineria imprese.

In una lettera alla direzione di Ags, ad ArcelorMittal, al prefetto Demetrio Martino, e per conoscenza, al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al presidente della Regione della Regione Puglia Michele Emiliano, al sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci e al Questore, Giuseppe Bellassai, i sindacati affermano che "le dichiarazioni dell'azienda che denuncia il mancato pagamento di ArcelorMittal, delle proprie spettanze, appaiono come una beffa e fanno ripiombare i lavoratori nella più assoluta incertezza sul proprio futuro lavorativo. Non accettiamo questo stillicidio di situazioni che trasforma un diritto al lavoro in una lenta e mortificante agonia". A distanza di soli quattro mesi dall'insediamento, "l'azienda - concludono le organizzazioni sindacali - quasi preannuncia un disimpegno lasciando 150 famiglie nell'incertezza più assoluta. Chiediamo al prefetto la convocazione di un incontro nella giornata del 3 febbraio, auspicando che gli interessati, nell'ottica di una fattiva collaborazione, si dichiarino disponibili ad un incontro chiarificatore e che ponga fine alla situazione determinata per evitare una nuova catastrofe occupazionale".

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti: