Mittal ferma una zincatura nella fabbrica di Genova

Genova - L’indisponibilità di rotoli ferma l’impianto più nuovo dello stabilimento siderurgico di Genova. Mentre il ministro per lo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ripete che l’accordo con ArcelorMittal è in dirittura d’arrivo e che il governo «crede fortemente in quello che sta facendo»

di Gilda Ferrari

Genova - L’indisponibilità di rotoli ferma l’impianto più nuovo dello stabilimento siderurgico di Genova. Mentre il ministro per lo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ripete che l’accordo con ArcelorMittal è in dirittura d’arrivo e che il governo «crede fortemente in quello che sta facendo», all’ex Ilva di Cornigliano la produzione registra un preoccupante rallentamento. A causa del mancato approvvigionamento di coils, i rotoli di acciaio che riforniscono gli impianti che effettuano le cosiddette lavorazioni verticali, l’azienda ha disposto da ieri il fermo della linea di zincatura 5 di Genova Cornigliano: «Prima che avanzasse l’istanza di recesso dal contratto, Mittal alimentava Genova e Novi anche con i coils prodotti dagli stabilimenti di Aviles e Marsiglia - spiega Armando Palombo, rsu Fiom nello stabilimento di Cornigliano -. Quando sono esplosi i problemi con il governo le forniture estere si sono interrotte. Ora anche l’approvvigionamento da Taranto cominciare a registrare problemi. Hanno fermato la zincatura 5 perché mancano coils: un fermo di una settimana, ma temiamo venga prorogato. Nessuno resta a casa, ma la gente non è tranquilla, vuole lavorare». Inaugurata nel giugno 2016, la linea 5 di zincatura è la più grande e nuova dello stabilimento genovese, con una capacità produttiva di 450 mila tonnellate l’anno. Entro il 28 febbraio governo e ArcelorMittal dovrebbero firmare l’intesa-tregua che stabilisce, anzitutto, il prezzo del divorzio in cambio del ritiro dei ricorsi al tribunale di Milano. I contenuti del contratto di investimento, secondo quanto ricostruito dal Secolo XIX-the MediTelegraph, saranno invece rinviati a novembre: se non troveranno accordo, Mittal potrà lasciare l’Italia entro fine 2020 pagando 500 milioni. Il contratto di investimento dovrà stabilire la capitalizzazione della nuova Am Italy partecipata da Stato e banche: «In discussione c’è la possibilità che alcuni creditori (banche e Cassa depositi e prestiti) convertano il loro credito in azioni della newco, ma a questo dovrà sommarsi comunque una ricapitalizzazione aggiuntiva dello Stato - spiega una fonte vicino al dossier -. Assetto societario e governance restano da definire». Così come il piano industriale, che secondo quanto viene fatto filtrare prevederà forni elettrici. «L’accordo governo-Mittal è una polpetta avvelenata per i lavoratori e il sindacato - denuncia Bruno Manganaro, segretario di Fiom Genova -. Mittal ha in atto un disimpegno evidente, da mesi non investe più e adesso rallenta la produzione a Genova. Il sindacato è stato tenuto fuori dalla porta della trattativa perché il principale interesse dei due negoziatori non è accordarsi sul rilancio del siderurgico, bensì uscire dalla causa legale. Mittal potrà andarsene entro dicembre pagando, oppure dopo senza pagare nulla. La soluzione per l’Ilva è ancora tutta da costruire, la prospettiva quantomai incerta. Sappiano che Genova non è disposta a pagare il prezzo del divorzio».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti: