L'industria australiana si interroga sull'eccessiva dipendenza dalla Cina / IL CASO

La Pga (West Australian Pastoralists and Graziers Association) ha dichiarato che le attività agricole del Paese sono altamente orientate all’export, e di conseguenza, molto legate alla Cina per quanto riguarda la vendita della lana. La stessa Pga spiega che la popolazione dell’Australia non è in grado di assorbire la produzione in surplus

di Elisa Gosti

Canberra - L’economia australiana è legata a doppio filo a quella cinese. Questo è il risultato della spinta del governo australiano a incentivare le esportazioni verso la seconda economia del mondo. Non tutti i settori hanno sviluppato una così forte dipendenza dalla domanda cinese: così è accaduto alle imprese del settore minerario, che come si suol dire, hanno riposto tutte le uova in un unico paniere, come sottolinea l’Associazione delle piccole e medie imprese australiane: «L’esportazione di minerali è stata dominante per decenni, rappresentando l’82,7% dell’export in dollari. Sarebbe un danno di proporzioni immense se ci trovassimo nelle condizioni di perdere questo importante traffico commerciale».

L’emergenza coronavirus, sostiene l’associazione, deve essere l’occasione per riflettere e per progettare una riprogrammazione a lungo termine dell’attività manifatturiera in Australia, allentando la dipendenza del Paese dall’estero. Il dibattito è scaturito proprio dalla situazione emersa a causa della pandemia Covid 19 che ha visto l’interruzione delle filiere distributive a livello internazionale. Ciò ha determinato l’apertura di un’inchiesta da parte di una commissione parlamentare (il Comitato unificato per la crescita del commercio e degli investimenti), per approfondire il tema dei rischi economici associati alla dipendenza da un unico mercato. La commissione è presieduta da George Christensen, secondo cui l’Australia avrebbe dovuto riprendersi le terre di proprietà delle aziende cinesi come compensazione per il danno economico causato dall’emergenza coronavirus. La Pga (West Australian Pastoralists and Graziers Association) ha dichiarato che le attività agricole del Paese sono altamente orientate all’export, e di conseguenza, molto legate alla Cina per quanto riguarda la vendita della lana. La stessa Pga spiega che la popolazione dell’Australia non è in grado di assorbire la produzione in surplus e quindi il mercato aperto cinese rappresenta una destinazione attrattiva se comparata ad altre come l’India, certamente più protetta.

Le speranze di trasformare il Subcontinente in un altro grande referente commerciale per l’Australia sono sfumate nel 2015, quando le negoziazioni commerciali tra Canberra e Nuova Delhi si sono concluse senza aver raggiunto un accordo: «A questo punto credo sia giusto puntualizzare che in alcuni casi il nostro governo si è reso responsabile di aver in qualche modo ostacolato l’attività commerciale del Paese - fanno sapere dalla Pga -. Per esempio, è stato il nostro governo ad aver sospeso i legami commerciali relativi alla compravendita di bestiame con l’Indonesia nel 2011». Il settore delle nocciole australiane, che attualmente esporta in misura minima verso la Cina, ha dichiarato di condurre un’attività di export diversificata che vede coinvolti 65 Paesi. Tuttavia, per di raggiungere l’obiettivo di 64,2 miliardi di dollari di esportazioni entro il 2030, sarebbe necessario inviare carichi importanti verso il Paese più popoloso del mondo, la Cina appunto. Se da una parte quindi la diversificazione è importante per diminuire la dipendenza da un unico mercato e minimizzare il rischio, dall’altra è evidente che rivolgere le esportazioni a un acquirente con enorme potenziale garantisce cifre importanti che possono assicurare, fino all’insorgenza di eventi politici ed economici particolari, la sopravvivenza dei vari mercati. Il coronavirus ha spezzato questi equilibri e ha portato l’Australia a dover compiere necessariamente alcune riflessioni sul futuro della sua attività manifatturiera e commerciale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA