Acciaio a zero emissioni: il piano di Danieli per rilanciare l’ex Ilva

Genova - Nel giorno in cui Arcelor Mittal impugna e chiede di sospendere, con un ricorso al Consiglio di Stato, la sentenza del Tar di Lecce sulla chiusura immediata, entro 60 giorni, degli altoforni dell’ex Ilva di Taranto, un trio di multinazionali italiane propone una soluzione, una nuova tecnologia che darebbe un futuro al più grande stabilimento siderurgico d’Europa

di Francesco Margiocco

Genova - Nel giorno in cui Arcelor Mittal impugna e chiede di sospendere, con un ricorso al Consiglio di Stato, la sentenza del Tar di Lecce sulla chiusura immediata, entro 60 giorni, degli altoforni dell’ex Ilva di Taranto, un trio di multinazionali italiane propone una soluzione, una nuova tecnologia che darebbe un futuro al più grande stabilimento siderurgico d’Europa. Il trio è formato da Danieli, gruppo da 9.000 dipendenti che produce e installa macchine per la siderurgia, Saipem, 31.000 dipendenti, società che realizza oleodotti, gasdotti e infrastrutture per la ricerca di idrocarburi, e Leonardo, tra le prime dieci aziende al mondo in aerospazio, difesa e sicurezza. Propongono di sostituire gli altoforni, dove gli ossidi di ferro miscelati con carbone generano ghisa e quindi acciaio, con forni elettrici dove al posto del carbone c’è l’idrogeno, che si lega all’ossigeno degli ossidi di ferro, libera il ferro e genera la ghisa, una lega a base di tanto ferro e poco carbonio.

L’altoforno inquina, per ogni tonnellata di acciaio libera due tonnellate di anidride carbonica. «Con la nostra tecnologia, le emissioni verranno abbattute subito del 75% e in prospettiva del 100%», afferma Antonello Mordeglia, presidente di Danieli Automazione, società del gruppo in prima linea nel progetto con Leonardo e Saipem. La tecnologia è nuova ma collaudata, Danieli l’ha venduta a settembre alla Omk, acciaieria russa, massima produttrice in Europa di ruote per treni. In una fase iniziale, l’idrogeno sarebbe ottenuto miscelando agli ossidi di ferro il metano, che è costituito da un atomo di carbonio e quattro di idrogeno. «In una fase successiva useremo direttamente idrogeno - dice Mordeglia -. Lo produrremo da fonti rinnovabili, e anche l’elettricità dei forni sarà rinnovabile, così avremo emissioni zero».

Uno scenario, secondo il dirigente di Danieli, dietro l’angolo: «Tra cinque-sei anni sarà così». L’annuncio della tecnologia di Danieli, Leonardo e Saipem è arrivato ieri con una nota stampa che nelle prime righe parla, senza nominarla, dell’Ilva di Taranto, «impianti primari (...) in Italia, in particolare nel mezzogiorno», cui offre questa «riconversione sostenibile». Nel progetto, Danieli realizzerebbe gli impianti, mentre a Saipem competerebbe la loro installazione e a Leonardo, attraverso la sua divisione genovese Cyber Security, la digitalizzazione e messa in sicurezza dei processi di produzione. L’entità dell’investimento è grande: «Un miliardo di euro per un impianto da un milione di tonnellate d’acciaio l’anno», dice Danieli. L’Ilva di Taranto, che punta agli otto milioni di tonnellate, avrebbe bisogno di lavori per otto miliardi. Il Recovery Fund, con i suoi 50 miliardi di euro per sostenere la transizione energetica, rappresenta una grande opportunità.

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