Raccolto dimezzato, parte la caccia al grano

Genova - Il sospetto è venuto anche a chi in Italia non è così ferrato in materia di mercato delle rinfuse quando il Canada ha annunciato, senza troppa preoccupazione, che uno dei principali porti del Paese per l’export del grano, sarebbe rimasto chiuso due anni per lavori. Lì è suonato il campanello d’allarme

di Simone Gallotti

Genova - Il sospetto è venuto anche a chi in Italia non è così ferrato in materia di mercato delle rinfuse quando il Canada ha annunciato, senza troppa preoccupazione, che uno dei principali porti del Paese per l’export del grano, sarebbe rimasto chiuso due anni per lavori. Lì è suonato il campanello d’allarme: «Vuol dire che non c’è grano duro sul mercato. O meglio: quel poco che c’è, soprattutto da Canada e Stati Uniti, è carissimo». Alessandro Santi ha un ruolo “politico” come presidente di Federagenti - l’associazione degli agenti marittimi nazionali - e uno più tecnico al vertice di Sagem, impresa che lavora su quel particolare mercato. La siccità ha drasticamente abbattuto la produzione e la quota di export si è ridotta quasi allo zero: per l’Italia è un problema.

Perché mette a rischio l’industria della pasta, icona nazionale e del Made in Italy. «Tanto per dare un’idea: da gennaio i prezzi sono aumentati del 75%. Una tonnellata di grano duro è passata da 350 a 600 euro. C’è stato un blocco dell’export perché i Paesi da cui tradizionalmente compravamo hanno subito un crollo del raccolto pari al 50% e sostanzialmente hanno detto “il grano lo vendiamo a chi offre di più”» racconta Santi. Si tratta è un prodotto di alta qualità, adatto per la produzione di pasta italiana. E che per la maggior parte arriva via nave, nei porti di Ravenna e del Nord Est. Il nostro Paese ha fame di grano: «Tra il 2019 e l’anno scorso l’import è cresciuto quasi del 30% ed è arrivato a 3,2 milioni di tonnellate. Quest’anno dovremmo chiudere di nuovo sui livelli di due anni fa, un po’ per i costi e anche perché il 2020 è stato un anno di boom con il lockdown».

Il grano duro arriva soprattutto dal Canada che fornisce quasi la metà di quello che importiamo e poi dagli Stati Uniti. Il grano tenero invece, utilizzato per la produzione di pane, arriva dall’Europa, Ungheria e Francia in particolare: «E anche su questo fronte la produzione dei nostri cugini europei è molto diminuita. Il trend del “tenero” e del “duro” è nella sostanza lo stesso» dice ancora Santi: «Recentemente abbiamo trovato un’altra nave dall’altra parte del mondo, dall’Australia. È una delle poche offerte dal mercato, ma i costi ovviamente sono ancora più alti» racconta Santi. Ecco, l’altro grande problema sono le alternative: «Il nostro è un mestiere complesso, dobbiamo tenere conto anche dei problemi geopolitici: se fosse tutto semplice, potremmo importare dalla Russia, ma con i dazi e le tensioni internazionali, non è possibile». E anche l’aumento della produzione nazionale è impensabile: «Perché persino i concimi sono introvabili: la Cina, grande produttore di quelli fosfati, si rifiuta di venderli per motivi ambientali. Dicono che inquinano e sono difficili da gestire. Così Pechino sino a fine giugno non li fa uscire dai propri confini. I fertilizzanti “azotati”, la seconda possibilità, richiedono invece un notevole consumo di gas naturale per essere prodotti. Sul mercato non se ne trovano e da poco l’Inghilterra ha deciso di riaprire un impianto di questo tipo che aveva chiuso tempo fa perché anti-economico. Lo userà per le esigenze nazionali».

E allora rischiamo di rimanere senza pasta e pane? «Non proprio. La soglia minima di import per le esigenze della produzione dovrebbe comunque essere raggiunta, anche se a fatica e soprattutto con quei prezzi. Certo, sino a quando riusciremo a trovare il grano per pasta, pane e farine...» Sui costi c’è qualche certezza in più: Federalimentare è convinta che una parte dei rincari si abbatterà sul consumatore finale, ma Santi conta anche quello che sarà spalmato su tutta la filiera: «Questa storia insegna che alla fine non è sempre colpa degli armatori se i prezzi dei beni aumentano. In questo caso la siccità ha innescato una reazione in cui tutti pagheranno un prezzo, compresa la catena logistica. Il boom noli delle navi non è quindi l’unico problema».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti: