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Export alimentare italiano, sfondata la soglia dei 50 miliardi di euro

Un bilancio sulle esportazioni agroalimentari italiane dopo due anni di pandemia mette in luce una dinamica di crescita a valori vicina al +15% - rispetto al 2019 -, sfondando la soglia dei 50 miliardi di euro e con performance superiori a quelle dei concrrenti diretti

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Bologna - Un bilancio sulle esportazioni agroalimentari italiane dopo due anni di pandemia mette in luce una dinamica di crescita a valori vicina al +15% - rispetto al 2019 -, sfondando la soglia dei 50 miliardi di euro e con performance superiori a quelle dei concrrenti diretti come Francia e Germania, Paesi rimasti sotto il 10% (rispettivamente +8% e +5%). Il sesto Forum Agrifood Monitor realizzato da Nomisma in collaborazione con Crif che si è tenuto oggi dalla sede di Bologna in versione digitale ha evidenziato gli effetti che il coronavirus ha generato sulle vendite oltre frontiera del food&beverage Made in Italy e sul posizionamento competitivo dei nostri prodotti nei diversi mercati mondiali.

Il tutto attraverso analisi di mercato, indagini sui consumatori e il contributo di esperti e imprenditori del settore, tra cui Paolo De Castro, europarlamentare, Alessandro Guerini, direttore esportazioni del gruppo vinicolo Santa Margherita, Fabio Maccari, amministratore delegato del gruppo Salov e Silvia Mandara, vice presidente del consorzio Tutela Mozzarella di bufala vampana: “Il 2021 sarà ricordato come un anno straordinario per le esportazioni agroalimentari italiane, grazie a una crescita che ha coinvolto tutti i prodotti, portando così ad incrementi nella quota di mercato dell’Italia in molti mercati mondiali alla luce di performance superiori a quelle dei nostri diretti concorrenti” dichiara Denis Pantini, responsabile Agroalimentare di Nomisma. Tra i principali mercati di sbocco dell’agroalimentare italiano, Stati Uniti e Canada fanno registrare un aumento a valori del 20% rispetto alla situazione pre-pandemica (2019), in Germania il nostro export cresce del 15%, mentre le variazioni più alte si toccano in Corea del Sud (+60%) e Cina (+46%), sebbene in quest’ultimo Paese la quota italiana di mercato continui a rimanere marginale (meno del 2% sul valore delle importazioni agroalimentari totali del paese asiatico): “Anche nel Regno Unito uscito dall'Unione europea gli acquisti di prodotti alimentari italiani non sono diminuiti, portando ad una crescita della nostra quota di mercato che dal 5,6% è arrivata oggi al 6,3%, in una tendenza di riduzione delle importazioni totali di alimentari e bevande”, conclude Pantini.

E proprio il Regno Unito, assieme ad un altro mercato completamente agli antipodi come l’Australia, hanno rappresentato il focus di approfondimento del Forum: se per Uk la scelta di una disamina più dettagliata è derivata dai possibili impatti post Brexit, per l’Australia ci si è posti l’obiettivo di capire le potenzialità per i prodotti agroalimentari italiani in vista di un futuro accordo di libero scambio attualmente in fase di negoziato. Da qui la realizzazione di una doppia analidi che ha coinvolto 2.000 consumatori. Dalle indagini è emerso innanzitutto come il food&beverage italiano goda di un ottimo richiamo: sia per il consumatore australiano che, soprattutto, per quello inglese, quelli italiani sono i prodotti alimentari esteri più apprezzati grazie in particolare al loro gusto e alla loro ottima qualità (lo indica il 35% in Uk e il 23% in Australia).

Questa percezione è da ricondurre anche alle eccellenze del nostro alimentare che vengono esportate in questi Paesi e che son note ai consumatori: in Uk a farla da padrone in termini di notorietà è il prosecco seguito dal parmigiano reggiano e dal prosciutto di Parma. In Australia invece il primato spetta al parmigiano reggiano seguito a breve distanza dal prosecco e dal Chianti. In entrambi i Paesi, il commercio digitale per il food&beverage è molto diffuso: il 34% usa spesso a Rete per acquistare prodotti alimentari e bevande, quota che sale al 45% tra gli inglesi. Si ricorre al web anche per acquisire informazioni sui prodotti da consumare (caratteristiche, storia del produttore, luoghi di produzione): a farlo è il 40% dei consumatori di entrambi i mercati.

Oltre che ad essere abituali consumatori digitali, i clienti di questi due importanti mercati sono particolarmente sensibili ai temi legati alla sostenibilità, un fenomeno in crescita negli ultimi anni. Da quando è scoppiata la pandemia, per sei consumatori 10 è diventato importante che i prodotti alimentari che si mettono nel carrello abbiano una confezione sostenibile oppure siano stati prodotti nel rispetto dell’ambiente o secondo standard etici (per esempio, attenzione al diritto dei lavoratori): “La sostenibilità e il digital sono due leve da sfruttare per le aziende dell’alimentare italiano che vogliono esportare in Australia e Uk, anche alla luce di quello che è il profilo del consumatore del prodotto alimentare made in Italy - spiega Emanuele Di Faustino, Senior Project Manager di Nomisma -. In entrambi i mercati, i maggiori consumatori di prodotti italiani hanno difatti un profilo ben definito: sono millennial, ben istruiti e con reddito alto, residenti nelle grandi città (Londra e Sydney) e, soprattutto, attenti alla sostenibilità e abituali utenti delle innfrastrutture digitali”. Dopo un 2021 da primato, il difficile viene ora. Oltre alle tensioni geopolitiche in corso tra diversi paesi nel mondo, le tensioni inflattive che permangono nei costi energetici, di trasporto e delle commodity mettono a rischio il vantaggio competitivo conquistato dalle imprese alimentari italiane nell’ultimo anno: “L’export è sicuramente una opportunità. La pandemia ha accelerato alcuni processi già in corso da diversi anni - afferma Niccolò Zuffetti, responsabile Marketing di Cribis -. “Il vero tema è investire sulla preparazione e sugli strumenti giusti perché improvvisare in questo ambito può essere molto rischioso. Selezione e formazione di ruoli chiave, selezione e gestione dei corretti partner, gestione dei rischi e una buona comunicazione sono le leve vincenti”.

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