«Carbone, in un anno prezzi triplicati» / INTERVISTA

La guerra in Ucraina, il caro energia e l’aumento del costo delle materie prime riportano in auge la filiera del carbone. Paolo Cervetti, amministratore delegato di Italiana Coke, l’unica cokeria italiana non integrata in un impianto siderurgico traccia il quadro della situazione.

di Luisa Barberis

Savona - La guerra in Ucraina, il caro energia e l’aumento del costo delle materie prime riportano in auge la filiera del carbone. Paolo Cervetti, amministratore delegato di Italiana Coke, l’unica cokeria italiana non integrata in un impianto siderurgico traccia il quadro della situazione.

Lo scoppio del conflitto come ha influito?
«La pandemia aveva già scombussolato i mercati, ora la guerra ha aggravato il quadro. Ci sono flussi di merci che si stanno riorientando, si registra uno choc di prezzo pazzesco. Il costo del carbone è passato da 100 a 400 dollari a tonnellata, il coke da 200 a 600, sono aumentati i noli marittimi e il trasporto. Un anno fa il carico delle navi che arrivano a Savona costava otto milioni di dollari, ora 24. Italiana Coke per il momento tiene e il conto economico è buono: il nostro carbone arriva a Savona dagli Stati Uniti, quindi il coke si dirige in Italia e in Europa. Il coke è ancora molto richiesto dalla siderurgia. Certo i prezzi continuano a schizzare verso l’alto e il limite potrebbe essere vicino. Non abbiamo clienti nell’Est europeo, anzi Polonia e Ucraina sono competitor. Molti clienti si stanno ricollocando e si rivolgono a noi, ma non possiamo produrre più di tanto».

Caro energia. Siete autonomi grazie alla centrale di cogenerazione?
«Trasformando le materie volatili, noi produciamo energia: il 20% è per uso interno, ma abbiamo un 80% in eccesso che mettiamo in rete, pari all’energia consumata da 30 mila famiglie. Pur non essendo il nostro principale asset, oggi ci aiuta a reggere gli extra costi. Tutto quello che compriamo dall’estero è aumentato e continua a subire strappi verso l’alto, ma anche l’energia ha prezzi quasi quadrupli. Avevamo proposto alla pubblica amministrazione uno scambio sul posto, in modo da approvvigionare le aziende vicine. Questa cosa in Italia è complicata, ma potrebbe essere un filone di sviluppo per la Valbormida».

Indiscrezioni parlano della possibilità di smaltire anche plastica.
«Abbiamo per necessità intrapreso un processo di diversificazione. Partendo dalla cokeria, abbiamo cercato di capire cosa fare in questo mondo che sta mutando. Si faranno più batterie e ci sarà bisogno di aiutare a produrre. Ci saranno più rifiuti da smaltire. Noi vogliamo rendere la cokeria più compatibile con l’ambiente. Per farlo dobbiamo ampliare gli impianti intorno, che aiutano a non avere emissioni. Abbiamo incontrato aziende specializzate e ci hanno spiegato che dobbiamo usare meno carbone per fare il coke, aumentare l’efficienza dei forni e usare materie prime seconde. Tra queste ci sono i polimeri. Realtà all’avanguardia come Iren usano già la plastica e, attraverso la cogenerazione, producono materie prime seconde chiamate “carbone blu”. Molti iniziano ad avere materiali che prima non avevano. L’impatto della cokeria si riduce anche implementando nuove tecnologie, in collaborazione con Paul Wurth stiamo testando un processo che riduce le emissioni di anidride carbonica nella produzione dell’acciaio».

A che punto è il processo di ambientalizzazione previsto dall’Autorizzazione integrata ambientale?
«La data per l’avvio dei monitoraggi è tra agosto e settembre. Abbiamo già appaltato i lavori, ma anche i produttori risentono dei noti problemi di approvvigionamento. Stanno lavorando, il piano sarà a regime entro il 2022. Va avanti anche la pavimentazione di un parco carbone: abbiamo presentato la domanda per la licenza edilizia».

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