Il premier della Crimea: «È iniziata la nostra Primavera»

La Primavera della Crimea è arrivata, il destino della regione è nelle mani dei suoi cittadini, la maggioranza dei quali non hanno dubbi: vuole essere parte della grande madre Russia.

di Claudio Accogli)

Sebastopoli - La Primavera della Crimea è arrivata, il destino della regione è nelle mani dei suoi cittadini, la maggioranza dei quali non hanno dubbi: vuole essere parte della grande madre Russia. C’è anche una minoranza articolata, sostenuta dall’etnia tartara che non ci sta: va nelle strade e nelle piazze reclamando la fedeltà a Kiev, gridando il no alla guerra e a Vladimir Putin, uno dei leader più amati in Crimea, secondo forse solo a Stalin. È la fotografia di una regione in cui cresce la tensione, con i mezzi militari - senza targhe -, camion, blindati e qualche carro armato, che sfrecciano verso nord, per consolidare la frontiera con i «fascisti di Kiev». O assediano le residue sacche di “resistenza” dei soldati che rifiutano di consegnare le armi e le basi ai miliziani, affiancati da militari armati di tutto punto, e senza mostrine, come i mezzi che li trasportano.

«A Mosca stanno solo aspettando il nostro sì», ha detto il premier della Crimea Serghiei Aksionov, su cui pende un mandato di cattura spiccato da Kiev, alle migliaia di dimostranti filorussi radunati in piazza Lenin a Simferopoli, capitale della regione che il 16 marzo voterà la secessione. «Questa è la Primavera della Crimea», ha tuonato scatenando l’ovazione della piazza, sotto lo sguardo severo della statua di Vladimir Ilic Lenin, un monumento difeso da giovani attivisti “armati” di scudi di protezione e colorati dai garofani e dalle rose rosse. E la piazza ha ruggito lo slogan che risuona da giorni: «Russia, Russia!» e ancora «Russia spasiba, Russia spasiba» (grazie Russia). Ma la mattinata è stata caratterizzata anche dalle manifestazioni di tante donne e bambini, a Simferopoli e nei villaggi tartari non distanti, che hanno sfidato la rabbia dei filorussi assiepando piazze e le arterie che portano alla capitale.

«No alla guerra», «Putin torni a casa», recitano i cartelli. Le dimostrazioni seguono un copione prestabilito, tutti portano palloncini con i colori celeste e giallo dell’Ucraina. Non vogliono la secessione, e boicotteranno in massa il voto, nel quale il sì al referendum sembra non avere ostacoli sulla strada del successo. Intanto, le bandiere ucraine sono state ammainate sulle due navi militari di Kiev all’ancora nel porto di Sebastopoli: bloccate da giorni, oggi fonti qualificate hanno confermato quanto immortalato da fugaci scatti. La bandiera è stata ammainata da giorni.

A Simferopoli invece, dove un manipolo di marinai ucraini si rifiuta di consegnare le armi nella caserma di viale Karl Marx, a due passi dal Parlamento secessionista, cresce la tensione. Testimoni oculari hanno raccontato di aver visto in serata i miliziani filo-russi ammassare bastoni davanti ai cancelli, mentre gli altri hanno piazzato numerosi sacchi di sabbia e indossato i passamontagna. L’area è presidiata da una cinquantina di uomini in mimetica. Solo sette giorni al referendum, poi la Crimea conoscerà il suo destino, e saprà se la Guerra Fredda resterà tale.

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