Grecia, il fallimento di un’Europa mai davvero unita / ANALISI

Milano - Nella giornata cupa di ieri, l’unica voce che fino a sera non si era sentita sulla crisi finanziaria della Grecia è stata quella di Mario Draghi.

di Giuseppe Berta

Milano - Nella giornata cupa di ieri, l’unica voce che fino a sera non si era sentita sulla crisi finanziaria della Grecia è stata quella di Mario Draghi. È molto probabile che nemmeno il presidente della Bce abbia in serbo una mossa capace di frenare lo smottamento greco, in fase di accelerazione. Eppure riesce difficile rassegnarsi al fatto che non ci siano vie d’uscita in grado di opporsi alla deriva in atto. Anzi, a dire il vero le derive sono due: accanto a quella della Grecia (rappresentata emblematicamente da quelle file di persone, ancora ordinate, davanti ai bancomat), c’è anche quella dell’Unione Europea, che esibisce, pur con l’abituale distacco, l’immagine del proprio fallimento. Ieri il leader di Syriza, Tsipras, ha detto che «la Grecia ce la farà a sopravvivere».
Certo, ma a che condizioni? Sarà il suo un destino di instabilità endemica, sia sul fronte economico come su quello politico, al pari dell’Argentina, che inanella un default dietro l’altro, a intervalli di tempo più o meno regolari, dal 1890? Infatti, si stenta a credere che se la possa sfangare tutto sommato a buon mercato come l’Islanda, la piccola isola del Nord (poco più di 300 mila abitanti) risorta dalle ceneri di un default di pochi anni fa.

Si parla comunque di Paesi distanti dalla nostra cornice continentale, in cui invece rientra in pieno la repubblica ellenica, che ha compiuto la scelta della moneta unica, illudendosi che bastasse a legittimare il suo radicamento nel cuore dell’Europa. Purtroppo l’euro si è rivelato per quel che è, una moneta creata a tavolino e mal congegnata, che ha sancito nella sua costituzione una sorta di disequilibrio strutturale fra il Nord e il Sud d’Europa, a vantaggio delle nazioni settentrionali, come di recente ha indicato uno dei più brillanti studiosi della globalizzazione, il professore di Harvard Jeffry A. Frieden (nel suo libro “Currency Politics”, Princeton University Press, 2015). Intanto pare proprio che abbiamo iniziato a navigare in acque inesplorate, per riprendere l’espressione di Draghi di poco tempo fa: non ha senso esercitarsi in stime sugli effetti economici della Grecia davanti a uno scenario internazionale come l’odierno. In primo luogo perché, come si è detto, non siamo più abituati a considerare un default all’interno del sistema europeo: l’abbiamo escluso troppo a lungo dalle nostre prospettive, quasi per esorcizzarne la stessa possibilità. Col risultato che siamo costretti a farci i conti nelle condizioni peggiori, mentre si moltiplicano i massacri dell’Isis e l’Unione non ha elaborato alcuna politica verso il mondo islamico, come dimostra l’ostinata sordità davanti alle migrazioni e ai rifugiati.

Ma tant’è: silenzi e insipienza ormai sono diventati la prova dell’inesistenza dell’Unione, quando viene a contatto con le questioni decisive (e l’Ucraina e Putin stanno a ricordarcelo. Se fosse esistita, l’Unione avrebbe affrontato e risolto il problema greco al suo primo delinearsi, quando sarebbe bastata una dichiarazione della Bce per sventare la crisi. Allora mancarono la convinzione e la determinazione. Adesso non resta che attendere le conseguenze.

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