La crisi dell'industria mette il freno all'economia tedesca

Soltanto il rallentamento della produzione dell'auto ha provocato una riduzione dello 0,75% del Pil

La presentazione di un modello Audi in India

Berlino - La frenata della locomotiva tedesca si legge tutta nei dati sulla crescita del 2019: un magro 0,6% del Pil, che se da un lato conferma un trend positivo e ininterrotto da dieci anni a questa parte, tocca il valore più basso degli ultimi sei anni. Anche se i conti restano più che in ordine - la Germania è divisa attualmente su come destinare un generoso surplus di bilancio - il tanto citato ammonimento di Olaf Scholz sulla fine degli «anni grassi» riecheggia in un clima di diffusa preoccupazione. I fattori che rallentano la prestazione dell'economia tedesca, infatti, non sembrano derivare da malori passeggeri: c'è da fare i conti con le tensioni commerciali, che minano lo slancio dell'export, e la svolta epocale che colpisce l'industria dell'auto. Il dato del Pil pesa nel confronto con quello dei due anni precedenti: nel 2017 la Germania cresceva ancora del 2,5%, e nel 2018 almeno dell'1,5%. Ancora una volta non ci sono nuovi debiti, e il surplus di bilancio, comprensivo degli Stati federali delle municipalità e del sistema di previdenza sociale, è pari all'1,5% del prodotto interno lordo, per un ammontare di 49,8 miliardi. Anche questo dato è però in calo: nel 2018 segnò 62,4 miliardi, pari all'1,9%.

Proprio sul «tesoro» del Bund, i 13,5 miliardi annunciati nei giorni scorsi, litigano adesso il ministro dell'Economia e quello delle Finanze. Il primo, Peter Altamaier, della Cdu, ritiene «elementare» in questo scenario che si diminuiscano le tasse per alleggerire imprese e cittadini. Mentre il collega Scholz, socialdemocratico, alle prese con la sterzata a sinistra del suo partito, spinge sulla necessità di investire molto di più sulle infrastrutture. Gli osservatori economici, a partire dagli statistici, hanno sottolineato che, a rallentare l'economia tedesca, incide lo scontro commerciale: gli occhi di tutti sono restati puntati oggi sulla tregua fra Washington e Pechino, nella speranza di una vera distensione sui dazi. Ma non ci si fanno neppure troppe illusioni: per il presidente dell'associazione del commercio estero e all'ingrosso BGA, Holger Bingmann, potrebbe trattarsi di una mera «manovra di distrazione» di Donald Trump a fini elettorali. Dai dati del Destatis, emerge che sul fronte del bilancio commerciale, le importazioni sono cresciute dell'1,9%, più dell'export che ha registrato un +0,9%.

Gli esperti hanno sottolineato anche tutto il peso della recessione industriale, in un'economia che per un quarto è mossa dall'industria. «Soltanto il rallentamento della produzione dell'auto ha provocato una riduzione dello 0,75% del Pil», hanno fatto sapere dall'Ifo. E le prospettive del settore sono sotto costante osservazione: è di ieri la pubblicazione di uno studio della piattaforma federale per l'elettromobilità, secondo la quale entro il 2030 potrebbero essere a rischio 400 mila posti di lavoro, a causa della svolta che comporta l'avvento dell'e-car. Faticano però anche elettronica, chimica e produzione dei macchinari.

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