Arriva il 2016, addio Paesi Brics / FOCUS

Roma - «Un mondo più volatile e rischioso, segnato dai prezzi bassi delle materie prime, dall’aumento del debito nei paesi emergenti e dall’estensione della violenza politica». È un quadro a tinte fosche quello dipinto dalla Mappa dei rischi 2016 Sace

Roma - «Un mondo più volatile e rischioso, segnato dai prezzi bassi delle materie prime, dall’aumento del debito nei paesi emergenti e dall’estensione della violenza politica». È un quadro a tinte fosche quello dipinto dalla Mappa dei rischi 2016 Sace che prefigura la fine dei Brics e dei Paesi emergenti come Eldorado dell’export. L’aumento dei rischi, spiega Sace, si è tradotto in oltre cinque miliardi di euro di minori esportazioni nell’ultimo anno, ma è possibile recuperarne 31 nei prossimi quattro puntando, strategicamente, su un paniere di mercati a elevato potenziale: Algeria, Cile, Cina, Emirati Arabi Uniti, Filippine, India, Iran, Kenya, Malaysia, Marocco, Messico, Perù, Polonia, Spagna e Turchia.

Nel 2015 si è assistito a un leggero miglioramento del rischio nei mercati avanzati (indice Sace: meno un punto), contrapposto a un aumento sensibile nei grandi paesi emergenti (più quattro punti), con picchi significativi per importanti partner commerciali dell’Italia quali Brasile (+10), Russia (più nove) e in misura minore Turchia (più tre). «Il 2016 sancirà la fine dell’era dei Brics e della rappresentazione degli emergenti come Eldorado - spiega Roberta Marracino, direttore area Studi e comunicazione di Sace - sarà un mondo meno piatto e con sensibili differenze all’interno delle singole aree geografiche, di fatto un ritorno allo stato dei mercati pre-2007, ma con maggior complessità e volatilità, che abbiamo chiamato “nuovo Old Normal”».

Sono tre le tendenze che influenzeranno rischi e opportunità nel 2016: i prezzi bassi delle materie prime, che ha colpito Paesi come Algeria (+12), Angola (+10) e Venezuela (più sette), l’aumento del debito pubblico, che colpisce anche Paesi solidi come Turchia (più tre) e Malesia (più uno), e l’aumento della violenza politica, di cui fanno le spese Paesi in guerra aperta come Yemen (+12), Libia (+12) e Siria (più cinque) ma anche il Brasile che partendo da livelli di rischio ben più bassi ha registrato un rapido deterioramento (più sei).

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